Vannacci: «Deciderò solo prima del voto se entrare in coalizione»

Dalla prima convention di Futuro Nazionale, le chiare ambizioni del generale che subordina il suo placet ad una resa alle sue condizioni, quella di un centrodestra “che non segua l’agenda Draghi, ma faccia gli interessi dell’Italia”

Carlo BertiniCarlo Bertini
Giornata conclusiva dell’assemblea Costituente di Futuro Nazionale col presidente Roberto Vannacci
Giornata conclusiva dell’assemblea Costituente di Futuro Nazionale col presidente Roberto Vannacci

“Deciderò prima delle elezioni”. Della serie, sono io a dare le carte, non Meloni o Salvini o tantomeno Tajani. Camicia bianca, modaiole Hey Dude di corda ai piedi, moglie al seguito come un amazzone a proteggerlo dalle iene dattilografe come le bollava Togliatti (se il paragone è lecito), Roberto Vannacci esce dal retro-palco dell’auditorium della Conciliazione dopo aver fatto scatenare i suoi mille fan al grido “il femminicidio non esiste”. E fa capire in due battute quale sarà la sua strategia. “Non voglio far implodere la coalizione di centrodestra”, aveva detto due ore prima in conferenza stampa, a dimostrare una mano tesa, a modo suo, diciamo col palmo all’insù.

Del resto tra “camerati” (così saluta la platea piena di profughi di Fdi) ci si intende, visto che “Almirante non è un nostro punto di riferimento ma di tutte le destre”; ma è la sua risposta a chi gli chiede (prima che salga in auto dopo la sua Convention) quando deciderà se entrare nel centrodestra, ad essere significativa. Per due motivi: intanto poiché fa capire che si sente dominus assoluto del suo destino, una sorta di primus inter pares, con ambizioni alte, visto che subordina il suo placet ad una resa alle sue condizioni, quella di un centrodestra “che non segua l’agenda Draghi, ma faccia gli interessi dell’Italia”.

Dipende dalla legge elettorale

Se non è il tono di chi dice o si fa come dico io oppure perderete, poco ci manca. E poi perché il generale spiega che scioglierà il nodo solo prima delle elezioni in quanto “non sappiamo adesso quale sarà la legge elettorale”. Tradotto: se restasse quella attuale, restando fuori dal recinto rastrellerebbe più voti e il suo potere a urne chiuse sarebbe maggiore, specie in caso di pareggio; viceversa se si votasse con un sistema nuovo che obbligasse i poli a raccattare tutti per strappare il premio di maggioranza, le percentuali di Futuro Nazionale sarebbero dirimenti e quindi via alle trattative per varcare il Rubicone del centrodestra.

Pertanto, anche se alla platea che lo acclama cita il Cesare del “dado è tratto” (pure se la traduzione latina sarebbe il dado è lanciato, ma fa niente) la scelta cruciale se arruolarsi nella truppa di Giorgia è rimandata. Ma nulla la ostacolerebbe sul piano politico, neanche la presenza di Forza Italia (“assolutamente no”), se non il rispetto delle famose “linee rosse”: remigrazione, niente soldi all’Ucraina, famiglia maschio-femmina e bando ai gender.

Le patenti di antifascismo

Che il leader al centro dei giochi oggi voglia regalare a Giorgia una carezza pontificia lo si vede quando elogia il suo “no alle patenti di antifascismo”, polemica del giorno che lo vede schierato con la premier; così come quando ammette che il suo governo ha portato la disoccupazione ai minimi storici. Ma proprio dal lavoro l’ex parà si lancia in una intemerata che alla Meloni premier di una destra europea farebbe venire un moto di rabbia; o di stizza, forse per non poter declamare la teoria che “al reddito improduttivo di cittadinanza preferisco il reddito produttivo di maternità”, di una famiglia uomo donna, ovviamente. E con figli che tornino a lavorare nei campi, nelle officine e nelle botteghe dei padri, quindi “ridiamo il libretti di lavoro a 14 anni”, perché il lavoro fortifica. Come lo sport, altra perla vannacciana di ieri: una sorta di manifesto della razza buona, quella dei ragazzi che facendo sport non devono andare dal medico e la sera non vanno con maranza e baby gang, insomma non crescono storti.

Quanto a Salvini...perché no se lo rimettono al Viminale (sottotesto: tanto dura un anno); e quanto a Zaia, che si definisce l’anti-Vannacci, la risposta è morbida alla sua maniera: me ne frego.

Citazionismi

La cosa che più colpisce, in questo catino romano colmo di bandiere che sventolano, con nessun convenuto dei tanti leader invitati, con soli tre dioscuri locali di Fdi, Forza Italia e Lega a fare presenza, sono i piccoli Vannacci che crescono: il primo è seduto sul palco e parla per quasi un’ora, è l’ideologo del generale, che gli tributa un omaggio citandolo più volte senza mostrare gelosia per le ovazioni che strappa in maggior numero.

Lorenzo Gasperini, estremista della “remigration”, già consigliere comunale della Lega, toscanaccio di 34 anni e di ottime letture, infuoca una platea ruspante sommergendola di citazioni, come quella sul “camerata San Paolo”, del “chi non vuole lavorare non mangia!”. E quella di Pasolini della destra che è in noi, o quella delle gesta di chi cacciò gli invasori musulmani. Incassa una sequela di Bravooo! il Gasperini, con il generale che annuisce ad ogni sua battuta. A quella “sull’errore madornale di dare la cittadinanza a chi rispetta le nostre leggi, perché l’identità è molto di più”, a quella sul mettere un tetto del 4% di presenza straniera in patria, che si becca una standing ovation; a quella contro i 5stelle che vogliono “redistribuire la ricchezza a chi passa la giornata sul divano con hamburger e you porn”.

Fino alla perla, “non vogliamo aumentare le tasse a chi non fa figli, anche se Platone lo diceva, ma lasciam perdere. Ma vogliamo far pagare meno tasse a chi li fa. Fino alla chiusa in linea con il generale: “Si parla di alleanza…ma il centrodestra, o va a destra, o non si fa!!!”. Folla in delirio, sipario.

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