Il raduno di Mogliano e la resa dei conti nella Lega: è giallo sulla bozza del nuovo statuto
Telefonate tra i governatori del Nord, Durigon raduna i suoi. Zaia e Fedriga: autonomia su spesa, temi e candidature. Fontana: «Parlerò quando avremo, oppure no, un accordo»

Nella partita a poker che deciderà le sorti della nuova Lega, si avanza per ultimatum. Mercoledì prossimo, il primo: data della convocazione del nuovo consiglio federale. Quello in un primo momento pensato da Matteo Salvini per annunciare la ristrutturazione del partito; lasciando intatto lo statuto, beninteso, e limitandosi a riformare la regia, con la nomina di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga a vicesegretari.
Quasi certamente, questa volta, l’appuntamento sarà online: schermo all’attacco all’arma bianca, che è stato canovaccio della riunione di mercoledì a Roma. E possibilità, per Zaia, per esserci, nonostante gli impegni personali.
E poi l’altro appuntamento: il 4 e 5 luglio. Date del raduno organizzato ancora da Salvini all’hotel Move di Mogliano – Treviso, sì, ma quasi Venezia – per compattare e rinfrancare la truppa, in vista della campagna elettorale. Scampagnata pensata da un Matteo Salvini del “passato”, evidentemente incapace di prevedere la bomba che gli sarebbe scoppiata tra le mani, di lì a poco.
Il consiglio federale
Il consiglio federale di mercoledì scorso, appunto: la resa dei conti. Quella in cui la distanza tra le due Leghe è stata resa palese: da un lato gli amministratori del Nord, che continuano a parlare della necessità di ricollocare al centro la questione settentrionale, e dall’altro il resto del partito, che gli eventuali errori li addebita tutti alla comunicazione. E dunque se c’è un Matteo colpevole, si tratta di Pandini, che di Salvini è il portavoce.
Si litiga sul modello di partito. Si litiga sulla bozza che dovrebbe essere veicolo della riforma. I governatori del Nord parlano di un documento di una trentina di pagine, elaborato dal ministro Calderoli e che avrebbe spaventato Salvini. Ma dalle parti del governo non solo questa ricostruzione viene smentita, ma è negata persino l’esistenza del fantomatico testo.
Fuori Salvini dalla Lega
Bozza o no, e quale che sia la forma che le varie parti in causa vogliono dare alla Lega, il tema in realtà è un altro. E quindi l’assalto del Nord per far fuori – politicamente, ma senza vie d’uscita – Matteo Salvini.
Con le buone: consentendogli il “buen retiro” del partito nazionale, scatola vuota del movimento nordista da ricostruire; o con le cattive.
Intanto mercoledì sera, a federale finito, Claudio Durigon, primo candidato a guidare l’eventuale costola meridionale del partito, ha radunato i suoi – i parlamentari del centro e del sud Italia – per raccontare l’esito del federale. Mentre ieri è stata la volta dei governatori del Nord. Costantemente al telefono tra loro: per sfogarsi, ipotizzare, congetturare. E poi chiudersi nel silenzio, in attesa della prossima mossa di Salvini, mercoledì. «Stiamo ancora tutti lavorando a delle soluzioni. Ne riparleremo quando avremo trovato, o non avremo trovato, un accordo» la sola concessione del presidente della Lombardia, Attilio Fontana. Tra i più sanguigni al federale di due giorni fa, seguito soltanto a metà, prima di andarsene sbattendo la porta.
Le richieste di Zaia e Fedriga
Lui, tra i primi sostenitori di questo nuovo modello di partito che in realtà guarda alle origini. Con Zaia e Fedriga nei ruoli di “numeri due” soltanto sulla carta; in realtà referenti del partito locale, con la capacità di sventrare il contenitore nazionale. Nel fantomatico documento redatto da Calderoli, i due amministratori avrebbero chiesto di avere carta bianca su tutto: nella spesa, nella compilazione delle liste per le elezioni amministrative e politiche, nel proporre i temi da affrontare a livello nazionale. Tutto. Facendo leva sullo statuto e sulla storia del Carroccio.
«È importante che la Lega si batta per valorizzare le istanze che provengono dai cittadini e dal mondo produttivo del Nord» ha ribadito ieri, a Milano Quotidiano, il segretario lombardo del partito Massimiliano Romeo, mercoledì scorso autore di uno tra gli interventi più veementi.
La Lega Sud
E l’ala meridionale del movimento, paradossalmente, è d’accordo, consapevole che, se la Lega può tornare a crescere, ha margini soprattutto a Nord. È quello a cui lavora Durigon, referente di tutta quella parte (consistente) di movimento, che non è frammentata tra i portavoce dei differenti territori settentrionali. A Sud del Po, la Lega è compatta, e ha soltanto lui come referente.
Individuarne un paio pure al Nord – Zaia e Fedriga, appunto – sarebbe il disegno capace di mettere d’accordo tutti, o quasi. Salvini, spalle al muro, sa che accontentare i nordisti sulla riforma del partito non sarebbe una pura concessione lessicale, ma l’inizio di un suicidio politico.
L’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua. L’ennesima polemica destinata a venire presto disinnescata, c’è chi dice, forte dei precedenti. Ma il vento che soffia, questa volta, potrebbe essere di non ritorno.
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