Casini: «L’Europa deve svegliarsi seguendo l’esempio dell’Ucraina. Ma Meloni non può essere leader»

L’ex presidente della Camera: «Puntiamo sul modello di difesa comune, la sicurezza non è un optional. E Kiev deve poter entrare nell’Unione». Sul Medio Oriente: «Netanyahu sta facendo un disastro, anche per Israele»

Laura Berlinghieri
Casini: «L’Europa senza autonomia sarà suddita. Trump? È la nostra nuova bussola»
Casini: «L’Europa senza autonomia sarà suddita. Trump? È la nostra nuova bussola»

Un’ Europa che ha smarrito la bussola. O che, forse, il suo centro di gravità non l’ha mai avuto, all’inseguimento della promessa tradita del continente confederale, confusa tra i particolarismi dei singoli Paesi. «Ma guai a sottovalutare il potenziale europeo», ammonisce il senatore Pier Ferdinando Casini, volto storico della Democrazia cristiana in Italia, «l’esperienza ucraina può essere un insegnamento importante».

Fuori infuria una tempesta geopolitica. E l’Europa è un continente privo di una leadership, orfano di una Germania in crisi economica e di una Francia politicamente frammentata. Qual è la sua bussola?

«La bussola è Trump. La capacità richiesta ai grandi politici è quella di trasformare i problemi in opportunità. Con l’ascesa di Trump, noi non abbiamo più reti protettive, dobbiamo procedere da soli e capire che il nostro futuro è l’Europa. Quindi o l’Europa riesce ad andare avanti e prendere un suo ruolo nel mondo, oppure i nostri figli saranno sudditi. E i sudditi non stanno bene».

Ma l’Europa ha costruito decenni di storia sotto l’ombrello americano. Ha gli strumenti per affrancarsene?

«Il destino è nelle nostre mani. Dobbiamo capire, ad esempio, che la sicurezza non è un optional, ma il solo strumento a disposizione degli Stati per difendersi. Nessun governante democratico pensa di portare il proprio Paese in guerra. Ma è giusto approntare una difesa europea, perché, in un mondo così perturbato, la nostra autonomia la preserviamo anche con la sicurezza».

Concretamente, ci sono le capacità di farlo?

«Sono sfide difficili, ma l’alternativa è soccombere. E, se una famiglia non ha alternative, affronta la tempesta. Ma mi lasci dire una cosa su Trump».

Prego…

«Ci rappresenta come gente vissuta a sbafo degli Stati Uniti, ma non è affatto vero. Basti pensare ai servizi monopolistici americani che dominano qui in Europa, e al nostro mercato di capitali, che spesso si ritrova a finanziare le start-up statunitensi. Non sono solo gli indici tra import ed export a indicare le tendenze economiche».

Ma questa Europa senza leader può trovare una guida in Giorgia Meloni?

«Ho qualche dubbio. Perché, per porsi come guida agli altri, servono forza e credibilità: caratteristi che purtroppo l’Italia non ha, a prescindere da Meloni».

Lei ha vissuto le stagioni dell’euro-ottimismo. E abbiamo visto che i più recenti slanci hanno sempre fatto seguito a grandi shock esterni: si pensi al piano Next Generation Eu, dopo la pandemia. Dovremo passare dalle grandi crisi per sperare in un futuro di difesa e politica estera comuni, nel segno del vero federalismo europeo?

«Mirando a una difesa autonoma, non possiamo più accontentarci dell’unico approvvigionamento dagli Stati Uniti. Ma dobbiamo realizzare un’industria militare europea autonoma, un’integrazione tra i sistemi militari. E poi dobbiamo compiere un’azione pedagogica: la politica deve spiegare alla gente che certi investimenti – quelli, ad esempio, su cyber security, sicurezza delle reti marine o dei voli – sono necessari».

Una mancata coscienza dovuta al fatto che, finita la Seconda guerra mondiale, ci siamo cullati nell’idea di un futuro di pace?

«Piuttosto, direi che ci siamo fatti difendere dagli americani, senza pagare alcun costo. Su questo Trump ha assolutamente ragione, non abbiamo fatto nulla».

Ora il continente è stretto tra l’imprevedibilità di Trump, l’aggressività di Putin e l’intransigenza cieca di Netanyahu. L’Europa è solo un vaso di coccio nella geopolitica mondiale?

«L’Europa sta aiutando l’Ucraina, e l’Ucraina ha dimostrato che quando, qualcuno si batte per la sua libertà, trova forze e risorse inaspettate. Quindi sarei cauto nel sottovalutare i potenziali europei. Tutti erano convinti che la Russia avrebbe conquistato l’Ucraina nel giro di tre o quattro mesi; e invece oggi, a distanza di quattro anni dall’inizio della guerra, parliamo del contrattacco ucraino nei territori occupati, mentre la Russia è riuscita a occupare uno scarso ottanta per cento del Donbass. L’Ucraina ha dimostrato una capacità di resistenza straordinaria, perché lì non ci sono mercenari mandati a morire per un dittatore, ma cittadini al fronte per difendere la loro statualità».

Che fare con quella guerra?

«L’Ucraina si difende, non si vende. Io sono con loro al cento per cento, con buona pace per lo screanzato ambasciatore russo, che si permette di insolentire il presidente Mattarella».

L’Ucraina nell’Unione europea?

«Sì. E l’Italia deve essere chiara. Anteporre a certe garanzie diritti di precedenza o questioni come quelle agricole, pur sacrosante, significa crearsi alibi di comodo per non affrontare o rinviare la questione».

E con la politica di Netanyahu?

«Netanyahu sta facendo un disastro. In primo luogo, per la causa dello Stato di Israele. Nel nostro codice genetico non può che esserci una forte amicizia con quel Paese, ma questo non può coincidere con la complicità nei confronti di un governo che sta ampiamente compromettendo la causa dell'intero mondo ebraico. Ed è necessaria una dissociazione forte da parte della politica. Il governo di Netanyahu continua ad autorizzare nuovi insediamenti che per la comunità internazionale sono illegali. Il minimo che possiamo fare è mettere al bando i prodotti agricoli che vengono da quei territori».

C’è stato un momento in cui la storia d’Europa sarebbe potuta andare in una direzione e invece ha scelto la strada della prudenza?

«Certo, se non avessero sparato a Sarajevo… Ma l’Europa non si fa con i “se”, ma con quello che succede giorno dopo giorno. Io sono un cultore del passato, perché la politica deve avere memoria di quello che è successo; ma la nostalgia la conservo per altre parti della vita. Non è con i “se” che si costruisce la storia».

 

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