Quando Umberto Bossi si “mangiò” il Nord Est

A inizio del 1991 nasce la Lega Nord: in 10 anni ha fagocitato la Liga Veneta, nata nel 1980 quando il Senatur era un signor nessuno. A Udine la prima sede nel 1990, e alle Politiche conquista il 19% a Pordenone

Francesco JoriFrancesco Jori
Umberto Bossi sul palco di Pontida nel 2005
Umberto Bossi sul palco di Pontida nel 2005

Era nata nel 1980, come “madre di tutte le Leghe”, per usare l’immagine coniata dal suo fondatore Franco Rocchetta. All’epoca, Umberto Bossi era un signor nessuno; eppure proprio quello sconosciuto nel giro di soli dieci anni si è fagocitato la Liga Veneta, senza mai assegnare ai suoi esponenti ruoli di peso nel partito, malgrado si trattasse di un prezioso serbatoio di voti: a volte più della stessa componente lombarda.

Quando decolla la realtà veneta, Bossi è un semplice sostenitore della causa autonomista, cui l’ha conquistato Bruno Salvadori, storico leader dell’Union Valdotaine. In quello stesso 1980, prova a cimentarsi in prima persona dando vita all’Unolpa, Unione nord occidentale lombarda per l’autonomia; che però ha vita effimera. Così l’anno dopo decide di fondare la Lega lombarda, scegliendo come simbolo Alberto da Giussano.

Quello che se ne va con Bossi è un pezzo di mondo destinato a restare
Fabio BordignonFabio Bordignon

In Veneto nel 1983 la Liga a sorpresa riesce a far eleggere due suoi esponenti in Parlamento, Achille Tramarin e Graziano Girardi, toccando il 4 per cento; Bossi ci prova ma resta a mani vuote, con una lista in cui abbina ai lombardi i piemontesi di Roberto Gremmo e la Lista per Trieste di Manlio Cecovini (quest’ultima già presente alla Camera dal 1979 con Aurelia Benco Gruber). Ma la Liga disperde in fretta il suo patrimonio a causa di un’esasperante litigiosità interna, gestita da Rocchetta con drastiche scelte autoritarie: si innesca una diaspora che vedrà tra i primi fuorusciti alcuni componenti del commando dei Serenissimi che ritroveremo nel maggio 1997 in cima al campanile di San Marco. Il risultato si vede alle politiche del 1987, dove la Liga (alleata con i Pensionati Uniti dell’ex missino Stefano Menicacci) rimane fuori dal Parlamento, mentre vi entrano i lombardi con lo stesso Bossi e Giuseppe Leoni.

È un trend ribadito alle successive europee del 1989, in cui si presenta un cartello composto da lombardi, veneti, Union Valdotaine, Partito Sardo d’Azione, Union fur Sudtirol, e per la prima volta due movimenti friulani, l’Union Furlane e la Slovenska Skupnost. Mentre i leghisti lombardi arrivano all’8 per cento, mandando a Strasburgo Francesco Speroni e Luigi Moretti, i veneti si fermano all’1,7 per cento. È lì che Bossi imprime la svolta decisiva: in dicembre a Bergamo, nello studio di un notaio, firma l’atto costitutivo della Lega nord, includendovi oltre ai veneti i piemontesi, i liguri, gli emiliani, i toscani.

Lega Nord story: prima Maroni e poi Salvini, quando Bossi ha dovuto cedere la guida politica
La redazione

Nel programma figura la trasformazione dell’Italia in Stato federale. Alle regionali del 1990 la Lega lombarda risulta il secondo partito col 19 per cento, e nelle contestuali amministrative elegge il suo primo sindaco a Cene, nella Bergamasca; viceversa il Veneto si ferma al 6 per cento, facendo peggio anche della Liguria. Subito dopo il prato di Pontida ospita il primo raduno leghista, dove echeggia per la prima volta lo slogan “Roma ladrona, la Lega non perdona”.

Il capitolo definitivo si verifica pochi mesi dopo, nel febbraio 1991, a Pieve Emanuele: alla presenza delle componenti veneta, piemontese, trentina, ligure, emiliana, toscana, e dei due rami separati friulano e triestino, Bossi lancia ufficialmente la Lega Nord (in quella sede echeggia l’altro celebre slogan “la Lega ce l’ha duro”), diventando segretario per acclamazione, e concedendo ai veneti il contentino della presidenza a Rocchetta. Commenta malinconicamente dal Veneto Flaminio De Poli, stimato esponente dell’autonomismo: «Ancora una volta il Veneto ha fatto la figura del Veneto; sono andati in Lombardia con il cappello in una mano e la “sporta coi ovi” nell’altra… quel cesto Rocchetta lo gà verto davanti a Bossi; e queo, oltre ai ovi, el gà vossùo anca la galina; e a nialtri veneti non ne resta che piànsar”».

 

È morto Umberto Bossi, la Lega piange il suo "Senatur". Zaia: «Tutto il Paese deve dirgli grazie»
La redazione

C’è un nodo di fondo che contrappone la visione lombarda a quella veneta: mentre la Liga fa leva sul tema del regionalismo etnico e identitario, la Lega si basa sulla difesa del territorio del nord (la Padania) e dei suoi interessi economici e sociali, in contrapposizione con Roma. La presidenza Rocchetta si rivela effimera, al punto che nel 1994 lascia il movimento dando vita alla Liga Nathion Veneta; dove peraltro, alle comunali di Treviso, la sua compagna Marilena Marin raccoglie la miseria di un’unica preferenza.

Alle politiche 1992, intanto, la Lega Nord si afferma come il quarto partito, con un autentico exploit in Lombardia, con percentuali tra il 20 e il 30 per cento; in Veneto si ferma al 18. È un ottimo debutto per la filiale friulana, che ottiene il 15, con punta massima del 19 a Pordenone. In Friuli Venezia Giulia in realtà il movimento ha origini recenti: la prima sezione è sorta a Udine nel 1990, seguita da Pordenone, Tolmezzo, Trieste e Gorizia. Ma la sua è una rapida escalation: dal 1993 al 1996 conquista la Regione con le presidenze di Pietro Fontanini, Alessandra Guerra e Sergio Cecotti.

 

Umberto Bossi, amori e famiglia: il cerchio magico del Senatùr
La redazione
Il leader della Lega Umberto Bossi, con la moglie e il figlio nella tribuna del pubblico del Senato nel 2006

Si chiude così un decennio nato in Veneto con l’esplosione della rivendicazione autonomista, e terminato in Lombardia con la sua traduzione in un progetto politico di respiro nazionale. Annoterà nel 1993 Ilvo Diamanti, tra i più autorevoli studiosi della Lega: «Nella seconda metà degli anni Ottanta, e in particolare dalle politiche del 1987 in poi, le strade della Lega e della Liga divergono, ed è la Lombardia a diventare il baricentro di una battaglia che assume una connotazione antisistema, prendendo come bersaglio non solo l’apparato statale ma anche i partiti: dai quali la Lega si differenzia anche e soprattutto per la scelta di collocarsi al di fuori del tradizionale e consolidato asse destra-sinistra». —

Argomenti:politica

Riproduzione riservata © il Nord Est