Quello che se ne va con Bossi è un pezzo di mondo destinato a restare
L’invenzione del Nord come “patria”, il primo prototipo partito personale, l’impronta patrimoniale e parecche altre cose del fondatore

Se ne va, con Umberto Bossi, un pezzo della Seconda Repubblica. E un pezzo della Lega: forse, la Lega per intera, almeno quella delle origini. E di entrambe le cose – del Carroccio e di una intera stagione della storia repubblicana – il Senatur è un po’ il fondatore.
In realtà, Bossi e il “suo” partito sono soggetti di raccordo: il trait d’union tra diverse epoche. L’uomo nuovo e il partito nuovo, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Oggi, non a caso, seppure radicalmente mutato, il partito più vecchio presente in parlamento. E quel partito, che Bossi plasma riunendo attorno – in quel passaggio dalle leghe alla lega magistralmente illustrato da Ilvo Diamanti – è inevitabilmente, alle origini, una strana creatura: un ibrido che mescola quello che era, ai tempi, passato e futuro.
Assomiglia un po’, la Lega di Bossi, ai partiti di massa – anzitutto la Dc – che si propone di abbattere. Con i piedi saldamente piantati del territorio. Quel territorio che, da base organizzativa e radicamento sociale, con la Lega diventa (anche) elemento identitario e strumento di rivendicazione. Attraverso l’invenzione del Nord come “patria”. Ma il partito di Bossi è anche un po’ il primo prototipo partito personale, che riporta al centro della politica carisma e controllo militare sulla vita interna. Non a caso, Bossi realizza il suo progetto facendo terra bruciata attorno a sé: decapitando qualsiasi capo alternativo, a partire da quelli dei soggetti federati e, anzitutto, della Liga veneta.
Poi, certo, a completare la transizione, arriveranno Forza Italia e Berlusconi. Che all’impronta personale aggiunge quella patrimoniale. E, attraverso le televisioni, immagina di poter prescindere dal territorio. Eppure, proprio sul territorio, si troverà in competizione con Bossi, a partire da quel Nord Est pedemontano dove i due partiti – da alleati, nemici e poi nuovamente insieme – si contenderanno a lungo i voti. Nelle aree del forzaleghismo, dove per lungo tempo verde e azzurro si alterneranno.
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L’altro terreno sul quale Bossi apre la strada al nuovo è, indubbiamente, quello del linguaggio, che dal politichese Bossi trascina verso il basso: verso il linguaggio del popolo, della gente che il partito intende rappresentare. Azzerando lo spazio tra il leader e la sua gente: i ceti popolari e la piccola borghesia. In chiave di contrapposizione rispetto a tutti gli altri. In questo senso, l’inventore della Lega è anche colui che (re)inventa l’anti-politica e avvia la lunga stagione populista. Il populismo nella sua versione di destra, che contrappone i “nativi” padani prima agli immigrati meridionali (e al Sud assistito), poi agli stranieri. Il populismo nella sua versione post-ideologica, che, ai tempi della secessione dal centro-destra (e dall’Italia), si contrappone a “Roma polo” e “Roma ulivo”.
Anticipando, quindi, non solo il fenomeno-Berlusconi, ma anche il fenomeno-Grillo, che non a caso arriverà al governo proprio grazie alle affinità elettive con la nuova Lega di Salvini. Così diversa da quella di Bossi, ma con la quale deve e dovrà, comunque, ancora oggi fare i conti. Perché, quello che se ne va con Bossi è un pezzo di mondo destinato a restare.
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