La Lega rischia di implodere: il Nord contesta Salvini ma nessuno si candida a prenderne il posto

Direttivo infuocato a Milano tra richieste di dimissioni e difese d'ufficio: la stella più antica del Parlamento alla prova della sopravvivenza politica

Carlo BertiniCarlo Bertini

Al di là del destino personale di Matteo Salvini, la “sua” Lega, ovvero il partito più longevo dell’arco parlamentare, entrato nel Palazzo nel 1992, se non interverrà a breve una vera novità politica, potrebbe rischiare di implodere.

Per tre motivi: primo, l’appannarsi di una “ragione sociale”, causata dallo scippo del generale Vannacci della bandiera sovranista e delle relative pulsioni nazionaliste, mantecate da Salvini in chiave anti-Ue per tentare una qualche via di uscita al calo di consensi; secondo: il flop di due cavalli di battaglia sventolati agli italiani da nord a sud e cioè la riforma dell’Autonomia regionale – così piena di errori da essere smontata dalla Corte Costituzionale – e la costruzione del Ponte sullo Stretto (sempre ferma al palo).

Vannacci cavallo di Troia

Terzo e non ultimo, il nodo della leadership: se il Capitano grazie alla sua verve comunicativa, alla sua ventennale esperienza e alla sua tenacia caratteriale è riuscito a superare il crollo del 2022 indenne, non è scontato che stavolta riesca a guadare il fiume del malcontento senza essere risucchiato dai vortici. E non solo per lo scricchiolio della sua linea politica, largamente dovuto alle porte spalancate al Cavallo di Troia rappresentato da Vannacci. E in una stagione in cui la figura del leader è fondamentale nella formazione del consenso politico, per la Lega diventa un problema ulteriore la difficile fase attraversata da Salvini.

Niente opere iconiche

A ben vedere, anche la sua prova in un dicastero complicato e operativo come quello dei Trasporti e delle Infrastrutture non si può dire sia stato un successo folgorante, nonostante l’impressionante mole degli investimenti: delle opere pubbliche costruite con i fondi del Pnrr non resta una traccia visibile impressa nella memoria degli italiani. Un tema di marketing, a dispetto di una realtà invece più rosea: centinaia di cantieri su strade, ponti e vie di collegamento, nelle città metropolitane e non solo, per opere però scarsamente pubblicizzate o non sufficientemente “iconiche” da poter “lasciare il segno”.

Pertanto, come la scomparsa degli astri viene segnalata da comete visibili nei cieli molti anni dopo, anche il declino (in questo caso forse reversibile) della più antica stella del firmamento parlamentare si è iniziato nel lontano 2022. L’anno del primo tonfo elettorale, dopo i fasti del 34 per cento alle europee del 2019 quando Salvini poteva dire di avere decuplicato i consensi rispetto a quelli che aveva la Lega quando ne prese il comando.

In questo quadro, si innesta lo psicodramma che vive in queste ore il Carroccio: malgrado per mesi il nord-est della Serenissima e delle valli trevigiane sia stato dipinto come la culla del dissenso versus il segretario, a fare la parte dell’ariete ancora una volta è il cuore pulsante del leghismo fin dalle origini, quello della Lega lombarda, come ai tempi di Bossi e Maroni. Le cronache del direttivo a via Bellerio dell’altro giorno, con il governatore Fontana, il segretario regionale Romeo, decine di sindaci e dirigenti, sono impietose.

E svelano due fattori cruciali: per la prima volta, c’è chi mette sul tavolo il proprio nome e cognome per negare il suo appoggio al leader: metà dei trenta interventi pare siano stati critici verso la sua gestione e alcuni si sono spinti a chiedere dimissioni ad un segretario confermato solo un anno fa al congresso. Tanto che un veterano come Roberto Calderoli ha domandato polemicamente perché tali contestazioni non siano emerse nella sede congressuale.

Nessun concorrente in vista

Ma il secondo fattore è forse il più tragico nell’era delle leadership forti: nessuna nuova figura dotata di carisma e spessore si è affacciata sul proscenio. Matteo Salvini non potrebbe accettare il commissariamento che gli venisse proposto con una gestione allargata o collegiale del partito, da sempre prodromo dei disarcionamenti dei condottieri; deve restare in sella fino a che qualcuno non lo sfidi apertamente in un congresso straordinario: dal fronte del nord est non deve temere molto, visto che né Luca Zaia, né Massimiliano Fedriga sembrano volergli strappare davvero lo scettro, altrimenti avrebbero lasciato agli atti qualcosa in più di qualche mugugno e borbottìo.

Ma se nessuno formulerà a breve una nuova visione e proposta politica (adeguata alla realtà mutata dell’economia e dell’impresa), senza che i vecchi cavalli di battaglia (dalla lotta all’immigrazione al no alle armi europee) vengano aggiornati con un principio di realismo che diventi credibile per l’operoso tessuto sociale del nord, il Carroccio rischia un flop alle elezioni: che in assenza di una nuova leadership, potrebbe risultare esiziale per le sue fortune.

Dal canto suo, Salvini ha buon gioco a rilevare due aspetti: la sua storia parla per lui, dunque la capacità di sorprendere sempre tutti e manovrare qualche leva politica utile a trarlo dall’angolo; l’assenza di una “fronda” dichiarata e capace di affrontarlo a viso aperto, men che meno l’emergere di una figura capace di concentrare su di sé una fiducia corale capace di sostenere un nuovo corso.

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