L’effetto Vannacci sconquassa il centrodestra: ecco come cambiano i voti e le alleanze in Veneto

Gli elettori veneti hanno cambiato preferenza nel corso del tempo: dalla Dc a Fdi passando per la Lega. L’avvento di Futuro Nazionale sta già spostando gli equilibri. E a Rovigo l’ex sede dei Fratelli è diventata quella di Fn

Renzo Mazzaro
Vannacci in piazza San Marco

L’irruzione di Vannacci sta sconquassando lo scenario del centrodestra veneto. Lega e Fratelli d’Italia ballano sulle montagne russe, discese ardite più che risalite. Della Lega sappiamo tutto, il disastro l’ha combinato Salvini e gli aggiornamenti cambiano poco: basta dire che i leghisti veneti sono sempre lì a consolarsi con Luca Zaia pronto a partire ma che non parte mai.

Di Fratelli d’Italia, di questa generazione di quarantenni trasportati in carrozza nella stanza dei bottoni del Veneto dal successo travolgente di Giorgia Meloni, sappiamo molto meno.

Non hanno avuto neanche il tempo di metabolizzare il 18,7% delle regionali, arrivato come una batosta dopo il mirabolante 37,6% delle europee, che già si trovano dentro alla tempesta perfetta. L’ex generale è un’idrovora applicata allo zoccolo duro dell’elettorato di destra, capace di risucchiare consensi in grado di portarlo, dicono a Strasburgo dove lui da parlamentare europeo è di casa, tra il 12 e il 15%.

Come si sta riorganizzando il centrodestra

Esagerazioni probabilmente, ma la paura si tocca con mano se anche il giovane capogruppo di Fdi in Consiglio regionale Claudio Borgia va in televisione a rivendicare il cordone ombelicale con il Msi: «Se un elettore è disorientato», gli è capitato di dire, «posso garantire che la destra c’è, la destra è Fratelli d’Italia che prima era An che prima era Msi». Che prima era nella Repubblica di Salò con Giorgio Almirante, questo Borgia non l’ha aggiunto (ad un dibattito su Tva Vicenza) ma se torniamo al via come nel gioco dell’oca, il collegamento è automatico.

Il passaggio colpisce perché Borgia è uno molto attento a tenersi alla larga dalle nostalgie missine.

«Il Msi era votato da tante persone», aggiusta il tiro quando gli facciamo la domanda precisa, «avevamo una percentuale nazionale tra il 6 e l’8%, adesso siamo votati dal 37% degli italiani, non vorremmo sostenere che sono tutti nostalgici della repubblica di Salo». Certo che no. Ma rivoltare la giacca ogni tanto e mostrare che la Fiamma non è mai cambiata, aiuta a frenare l’emorragia.

Claudio Borgia
Claudio Borgia

Ma quale emorragia, va negando sui giornali il numero Uno di Fdi nel Veneto, Raffaele Speranzon, coordinatore regionale: «Non vedo amministratori di Fratelli d’Italia che lasciano il partito, non vedo particolari spostamenti nel territorio».

Perché Speranzon usa gli occhiali del partito: se limitiamo gli “spostamenti nel territorio” alla classe dirigente di Fdi ha ragione, ma è comprensibile. Fino al 2022 Fratelli d’Italia stazionava al 9,6% di gradimento politico dei veneti e al 4,3% degli italiani. Era un gruppetto dei ragazzi del coro di centrodestra, anche se faceva sentire bene la voce. L’apparato del partito rispettava queste grandezze, non a caso l’unico nome di dirigente passato con Vannacci che gira nelle cronache venete (finora) è quello di Joe Formaggio, consigliere regionale non rieletto, personaggio discusso, per un periodo sospeso anche dal partito.

Gli “spostamenti nel territorio” che contano sono altri, riguardano la base degli elettori e qui c’è un mondo intero in trasferimento. Siamo sempre all’oste che parla di se stesso, ma a sentire il luogotenente di Vannacci Stefano Valdegamberi, trasformatosi in pochi anni da mite consigliere dell’Udc al “Ringhio” della squadra del generale (una metamorfosi politica da studio), non si contano più i comitati che nascono per sostenere la Causa, gli amministratori locali che bussano alla porta, i cittadini che chiedono l’iscrizione. A maggio erano 11.000 gli iscritti a Futuro Nazionale, 170 i comitati.

E oggi?

«Non guardo neanche più i numeri», risponde Valdegamberi, «non sono in grado di aggiornare gli elenchi. In tanti anni che faccio politica non ho mai visto un fenomeno simile, un’esplosione così. Ho il telefono intasato, mi chiamano anche da fuori regione, da Caserta perfino. Mi fermano per strada, sto girando il Veneto come una trottola, sono stato in Friuli, non ho più tempo per me».

Vannacci e Valdegamberi
Vannacci e Valdegamberi

Se ne deduce che con la velocità con cui sono arrivati i voti di Fratelli d’Italia rischiano di andarsene. Nel partito si consolano mettendo la Lega in pole position nell’orbita di attrazione fatale di Vannacci. Potrebbe essere, se pensiamo che lo stesso Valdegamberi deve la rielezione in Consiglio regionale del Veneto al generale, il quale a ottobre era vice di Salvini e ha preteso l’inserimento in lista di Valdegamberi “in quota Vannacci”.

Poi a febbraio il generale ha salutato la Lega e Valdegamberi è passato nel gruppo misto, diventandone vicepresidente. Presidente è chi arriva per primo e gestisce come vuole i fondi, il personale, la sede: nel caso è stata Sonia Brescacin, fedelissima di Luca Zaia, uscita dalla Lega il giorno dopo le elezioni per delusione da mancata nomina ad assessore, ma in evidente accordo con Zaia per occupare la posizione.

Intercettiamo Valdegamberi a Nove, nel Vicentino, dove l’hanno invitato per presentare 7 nuovi comitati di Futuro Nazionale. Sala piena alle 11 di mattina. «Non sono qui per fare campagna acquisti, io vado dove mi chiamano», dice. «Queste persone sono responsabili di circolo e nomi storici di Fratelli d’Italia dell’Altopiano di Asiago, del Bassanese, della Pedemontana. Se devo fare un confronto con la Lega, direi che oggi nel Veneto quelli di Fratelli d’Italia che ci cerano sono il doppio dei leghisti.

Ma arrivano anche da Forza Italia, a Verona il primo consigliere comunale che ha aderito a Futuro Nazionale è stato un forzista. Un trenta per cento invece è gente che non va a votare, mi stupisce che siano soprattutto giovani ventenni».

Questa crescita tumultuosa pone un problema serio all’organizzazione, che non riesce a starci dietro. Non solo per registrare gli afflussi: i trombati e i carrieristi emarginati dagli altri partiti che saltano sul carro di Vannacci non lo fanno gratis, puntano a ricandidature facili. Valdegamberi garantisce che verrà fatta una drastica selezione, ma intanto imbarca gente. L’inquadramento di Futuro Nazionale comincerà a settembre con la nomina di commissari regionali e provinciali, informa Valdegamberi, secondo criteri che inventerà il generale. Ma Vannacci non ha fatto l’accademia militare per niente.

L’uomo è intelligente, scaltro, soprattutto abile comunicatore. Non fa politica come il generale Pappalardo. Dice cose che le persone di destra vogliono sentirsi dire ma lo fa in modo professionale. Usa le parole chiave di Giorgia Meloni per contestare quello che il governo non ha fatto.

Non pesca nel centrosinistra, affascina solo l’elettorato di destra. Lega e Fdi cercano di arginarlo, pur sapendo di averne disperato bisogno. Il centrosinistra lo demonizza, cercando di usarlo come cuneo per spezzare l’unità del centrodestra e avere via libera. Il generale ringrazia entrambi per l’attenzione, da cui guadagna. Tutto in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, dove avremo un effetto Meloni e un effetto Zaia in netto ribasso e un effetto Vannacci in forte rialzo.

Il caso di Rovigo: le liti in Fdi e l’esodo verso Fn

Vannacci a Rovigo per l’apertura della nuova sede del partito
Vannacci a Rovigo per l’apertura della nuova sede del partito

Raccontano che a Rovigo per trasformare la sede provinciale di Fratelli d’Italia in quella di Futuro Nazionale è bastato levare la gigantografia della fiamma tricolore, metterci la foto di Vannacci e tutto il direttivo è passato con il generale. Ma sono esagerazioni, non tutto il direttivo: solo la consigliera comunale Cristina Folchini e l’ex capogruppo Aniello Piscopo, che peraltro si è portato dietro un’ottantina di iscritti.

Anche la storia dello sfratto a Fdi perché non pagava l’affitto è romanzata: il proprietario dello stabile Diego Melloni, primo dei non eletti in consiglio comunale di Fdi, l’aveva messa a disposizione del partito gratuitamente. L’idea dello sfratto viene dalle insegne di Fratelli d’Italia smobilitate a favore di telecamera, ma il partito aveva già trovato un’altra sede. Quanto a Melloni, dopo che ha mollato Fdi ed è passato in Futuro Nazionale ha subito informato di aver messo a disposizione la sede gratuitamente anche per Vannacci. Uomo di larghe vedute, questo Melloni, oltre che di portafoglio adeguato. Evidentemente un incompreso da Fratelli d’Italia.

Non sono pochi questi incompresi a Rovigo, che pure è stata la provincia dove la lista di Fdi è stata più votata alle regionali, dopo Belluno caso a parte cu cui torneremo: 22,3% a Rovigo contro il 18,7% media regionale. Aniello Piscopo sostiene che mettendo insieme i fuoriusciti del capoluogo con quelli di Adria, Rosolina, Porto Viro, Lendinara e altri Comuni minori, sono centinaia gli iscritti di Fdi che se la sono data a gambe per arruolarsi nelle file del generale.

«Colpa della grande litigiosità che circola nel partito ai livelli di vertice», spiega Piscopo, richiesto dei motivi di questa diaspora. «Una litigiosità per questioni minori, ambizioni personali perseguite accanitamente dimenticando i problemi del territorio. Io rimprovero soprattutto questo alla dirigenza, la mancanza di idee e di visione, per esempio l’aver abbandonato la grande progettazione stradale per la Transpolesana e la Romea».

Piscopo si appella alla Regione, cita Silvano Vernizzi buonanima che fu direttore generale di Veneto Strade e molto altro, Isi Coppola assessore regionale con Giancarlo Galan, Renzo Marangon leggermente fuori contesto perché era di Forza Italia. Nomi di politici che a Rovigo ricordano ancora tutti, anche se andavano forte prima di Luca Zaia.

Ma il Polesine è rimasto ancora quello di 15 anni fa: rallentato a nord da una Romea impercorribile, frenato a ovest da una Transpolesana senza innesti nella statale, con il mare a est e il Po a sud, che avvenire può aspettarsi, passare con Ferrara? Chissà se questi argomenti interesseranno il congresso

provinciale di Fratelli d’Italia, in programma a Rovigo il 31 luglio, convocato per chiudere il periodo di commissariamento ed eleggere una nuova dirigenza.

Quanto al tasso di litigiosità interna, pur facendo la tara e dando per scontato che nei partiti non corrono sempre baci e abbracci, le cronache a Rovigo parlano da tempo di “guerra per bande”. Una situazione anomala che risulta di rimbalzo anche a Stefano Valdegamberi, luogotenente di Vannacci, sempre impegnato nel rastrellamento di adesioni a Futuro Nazionale.

«Io non voglio farmi i fatti degli altri», dice Valdegamberi, «sono in politica da tanto tempo, conosco le contrapposizioni interne ma questi racconti sono diversi e li sento spesso dalle persone che provengono da Fratelli d’Italia. Naturalmente dovrebbero essere gli interessati a parlarne».

Ma lui da chi l’ha sentito? Valdegamberi cita Rovigo, poi una riunione a Treviso che farà fischiare le orecchie al plenipotenziario locale Claudio Borgia. Smanetta nel telefono cercando qualche nome e numero di riferimento, ma non li trova, sicuramente fa apposta. Elenca le ultime tappe del suo tour: Jesolo, Bassano, Rovigo, Noale, Albignasego, Treviso, Padova. E le prossime? «Me lo chiedono anche i miei colleghi in Consiglio regionale, mi pregano: non venire da me, stai lontano per carità. So che qualcuno chiama gli iscritti per dissuaderli dal partecipare agli incontri. Stanno tutti all’erta, mi sembra di essere Attila, dove vado faccio il vuoto. Sto vivendo una stagione mai vista, mi diverto un mondo».

Cosa votano i veneti, secondo Diamanti (Youtrend)

Giovanni Diamanti
Giovanni Diamanti

Per quarant’anni siamo stati la Vandea d’Italia, la Democrazia Cristiana rastrellava anche l’80% di voti nel Veneto. Eravamo tutti democristiani, “moriremo democristiani” era diventato uno slogan. Poi è arrivato Berlusconi, lo stato maggiore della Dc è confluito in Forza Italia e gli elettori l’hanno seguito in massa. Siamo diventati tutti berlusconiani.

Dopo ancora è nata la stella di Luca Zaia e il Veneto si è trasformato in una prateria verde. Sembrava la stabilizzazione definitiva, l’Italia ci considerava tutti leghisti, invece di colpo è arrivata l’ondata nera: Fratelli d’Italia è passata dal 9,6% del 2018 al 32,6% del 2022 e addirittura al 37,6% del 2024.

Fdi viene da An, che veniva dal Msi, che veniva dalla Repubblica di Salò: siamo tornati tutti fascisti? Ha senso spiegare in questo modo il Veneto, trainati dalla vulgata nazionale oggi inchiodata sulla Meloni che non si dichiara antifascista e su La Russa che non festeggia(va) il 25 aprile e tiene in casa il busto del Duce? Evidentemente no, lo facciano a Roma, nel Veneto sappiamo di essere rimasti quelli che eravamo: cioè cosa? L’anno scorso una potente risacca ha riportato Fratelli d’Italia al 18,7%, il partito ha perso più di metà dei voti dell’anno prima. Si ha un bel dire che le elezioni regionali non si possono confrontare con le europee, questo andamento a fisarmonica confonde ancor più le idee.

Qual è la vera base elettorale di Fdi nel Veneto? Lo chiediamo a uno che ci ha studiato sopra, il professor Giovanni Diamanti, direttore di Youtrend.

«Io ho una mia teoria. Questi elettori di Fratelli d’Italia, prima leghisti, prima ancora di Forza Italia o della Lega, dipendeva dalle elezioni, sono sostanzialmente lo stesso blocco, postdemocristiano, sicuramente di centrodestra, sicuramente non fascista. Per loro Fratelli d’Italia non è una scelta post-fascista con connotati ideologici, che rinviano a quella matrice. Fratelli d’Italia per loro è la scelta del partito timone del centrodestra. Come era tempo prima Forza Italia. Diversamente dal centrosinistra, il centrodestra ha sempre avuto un partito timone della coalizione».

Ma come si concilia quest’idea di partito timone se Fratelli d’Italia nel Veneto si è fermata al 18,7%?

«Perché con Stefani e Zaia il partito timone nel Veneto è la Lega, non Fratelli d’Italia. Gli esponenti politici più di rilievo del centrodestra sono leghisti, dal presidente della Regione ai sindaci delle città o dei grossi centri. La Lega nel Veneto

esprime senz’altro la classe dirigente più forte e come tale viene percepita dagli elettori».

E la matrice che riporta indietro, il collegamento con il passato fascista è rimasto in Fdi o no?

«Questa matrice c’è sicuramente, ma non è quella che porta Fdi al 30% in Veneto, anche se è presente in una certa classe dirigente post fascista, diciamo meglio post missina, seguendo le modalità con cui si sono evoluti. Non è quella che fa crescere Fdi, semmai è un tappo quando da elezione nazionale si passa a elezione locale».

In che senso un tappo?

«Basta vedere com’è cresciuta Giorgia Meloni: quella matrice ce l’ha, non l’ha mai rinnegata ma non mostra feticci, non rinnega e non rivendica certe esperienze, è in grado di dimostrarsi più neutrale, quindi capace di interpretare anche un voto non ideologico. Magari non lo è veramente su alcune questioni, ma questo è il modo con cui è riuscita a non perdere la base di origine e allo stesso tempo non inimicarsi un elettorato importante, più moderato, post democristiano, conservatore, borghese, come quello veneto, che si considerava rappresentato dalla Dc in funzione anticomunista e viene spaventato da una retorica più radicale».

E’ su questo passaggio che si gioca il futuro prossimo del Veneto?

«Penso che nei prossimi anni ci sarà una bella sfida per l’egemonia nella classe dirigente veneta. La Lega ha una posizione di forza perché l’ha coltivata negli ultimi trent’anni. Fdi parte da molto, molto indietro, ma ha un futuro perché ha una base, un radicamento. Riuscirà a fare un salto, deve farlo per diventare classe dirigente. Ma deve dimenticarsi le origini. Senza tralasciare l’incognita Forza Italia, noi la davamo per morta con la dipartita di Silvio Belrusconi, invece è un partito che esiste».

L’opinione degli esponenti di Fdi sul fascismo

Mantovani con Meloni
Mantovani con Meloni

Come sono visti il fascismo e il post fascismo in Fratelli d’Italia? L’abbiamo chiesto alla classe dirigente del partito nel Veneto.

Valeria Mantovan, assessore regionale. «Fdi ha dato disposizioni interne di espellere chiunque manifesti idee o comportamenti nostalgici. Sono state emanate circolari in questo senso dal nazionale, perché Fdi per statuto ripudia ogni forma di totalitarismo ed estremismo. Ma mi spiegate perché noi Fdi siamo sempre costretti, anch’io che ho 35 anni e il Ventennio non l’ho vissuto, a giustificarci di non essere nostalgici di quel periodo, mentre a uno di sinistra non si chiede di essere anticomunista? Il comunismo è un estremismo ma se ne può parlare, del fascismo no».

Claudio Borgia, capogruppo in Consiglio regionale. «Circolari scritte dal nazionale? Non so, non mi pare. Può anche essere che l’abbiano fatto, ma non credo che sia un diktat della Meloni, piuttosto è una cosa naturale: qualcuno che è eccessivo, che ha tesi anacronistiche, si isola da solo. Io non parlo mai di fascismo perché credo che sia un periodo già giudicato dalla storia. Ma non mi posso dichiarare antifascista, ho sperimentato sulla mia pelle l’antifascismo militante: ho fatto l’università a Bologna, ho avuto qualche colluttazione, schiaffi, pugni, sputi, da antifascisti militanti, scritte sotto casa che ho ripulito. Capirete».

Filippo Giacinti, assessore regionale: «Non so nulla di indicazioni scritte del direttivo nazionale di Fdi sui nostalgici post-fascisti. Io sono entrato nel movimento giovanile di An nel 1993, ero delegato del Fuan a giurisprudenza, sono rimasto in An fino allo scioglimento del 2009 ma da quel momento non ho più preso tessere di partito fino al 2025. In Fdi sono appena entrato, non so se La Russa festeggia o no il 25 aprile, io da sindaco di Albignasego ho presieduto cerimonie del 25 aprile per dieci anni. Credo che il dibattito sul fascismo sia un tentativo disperato di affibbiare etichette che ormai sono fuori dalla storia a persone che stanno lavorando con serietà, per raggiungere obiettivi importanti».

Lucas Pavanetto, assessore regionale: «Io amo la storia e credo che il fascismo sia morto nel 1943, non nel 1945, perché Salò è un’altra cosa, ancora peggiore. Non ho vissuto nessun totalitarismo, quel periodo lo conosco solo dai racconti dei miei genitori e più ancora dei nonni. Sono cresciuto nel movimento giovanile di An, mi sono iscritto nel 1997 al momento del cambio del Fronte della gioventù in Azione giovani. Tutto era già in evoluzione, la svolta di Fiuggi è stata un cambiamento epocale».

Sergio Berlato, parlamentare europeo: «E’ indiscutibile che in Fdi ci siano persone che erano anche nel Msi, ma è marginale. Io non provengo da quel mondo ma noi avevamo a Verona un leader emergente del Msi, Nicola Pasetto, morto nel 1996 in un incidente stradale. Dopo di lui quelli rimasti non contano più, oggi l’area missina è assolutamente minoritaria, ininfluente all’interno di Fdi. Le nuove generazioni vivono degli echi delle vicende dei padri e dei nonni, senza averle vissute. Vanno in piazza a fare casino? Date retta a me, è diventata una cosa folcloristica».

Francesco Rucco, vicepresidente del Consiglio regionale: «Ci saranno anche dei nostalgici post fascisti ma non hanno alcun peso nel partito, sono soltanto folclore. Joe Formaggio? Non si può dire che non sia simpatico. E’ un personaggio, per questo certe sparate vanno prese come tali». (Joe Formaggio non era ancora passato con Futuro Nazionale, dove adesso dichiara: «Qui si chiamano pubblicamente “camerati”. Io rispondo “A noi!” e mi sento a casa, in Fdi non si poteva dire»).

Sul post fascismo è nota la posizione sempre polemica di Elena Donazzan, parlamentare europeo, anche quando nel 2023 ha partecipato per la prima volta alla celebrazione del 25 aprile a Vicenza. Ci andò per dire che «l’antifascismo in Italia ha prodotto il terrorismo rosso».

Su posizioni completamente diverse era lo stesso anno il senatore Luca De Carlo, all’epoca coordinatore regionale: «La storia ha condannato il fascismo, c’è poco da fare. Noi vogliamo dare un messaggio svecchiato di un partito che ha fatto i conti con il passato e non c’entra nulla con il fascismo».

L’anno prima era stato contestato Raffaele Speranzon, oggi senatore e coordinatore del partito, per una dichiarazione da capogruppo in Consiglio regionale: «Se il 25 aprile è una giornata comunista e antifascista, non ci piace».

Fdi e il rischio declino in Veneto

Sergio Berlato
Sergio Berlato

C’è un punto di snodo nella crescita di Fratelli d’Italia nel Veneto. Un momento in cui il partito smette di essere percepito come una succursale romana e viene guardato con occhi diversi dagli elettori di centrodestra, soprattutto leghisti. Succede con il referendum consultivo per l’autonomia, lanciato da Luca Zaia nel 2017.

Tutti sanno che finirà con un plebiscito, a cominciare dagli oppositori di Zaia i quali puntano sull’inutilità di una consultazione che scoprirebbe l’acqua calda: l’autonomia, la capacità di iniziativa, il far da sé, sono valori di cui i veneti fanno uso quotidiano. Il problema della politica è come estenderli alla vita sociale, scendere dalle parole ai fatti, tant’è vero che siamo ancora qua. Ma mettersi a discettare sulle contraddizioni di Zaia voleva dire giocarsi la testa. Opporsi, il suicidio politico.

Questo è il rischio che corre in quel momento Fratelli d’Italia, partito statalista, con il baricentro spostato a sud, diffidente verso le ragioni del nord, con il culto della patria e dell’unità nazionale. Coordinatore veneto di Fdi è Sergio Berlato, uno che non viene dal Msi ma da An, dove è entrato con il voto in massa dei cacciatori che si vanta di manovrare come un esercito personale. Berlato non ha esitazioni: ingrana la retromarcia e si schiera per il sì al referendum, pretendendo che diventi posizione nazionale di Fratelli d’Italia.

«Ero avversato dalla maggior parte dei dirigenti del partito», racconta. «In direzione nazionale solo io e il coordinatore della Lombardia sostenevamo la necessità di schierarci a favore dell’autonomia. Anche Giorgia Meloni era contraria perché temeva, giustamente, che dietro al referendum per l’autonomia si celasse l’operazione secessione. In effetti molti di coloro che professavano l’autonomia del Veneto in realtà erano secessionisti e lo sono ancora adesso».

La virata avviene all’Autogrill di Verona, dove Meloni e Berlato si incontrano per un caffè che dura un’ora. Alla fine Giorgia supera i timori e si lascia convincere: «Tu sei il mio referente in Veneto, ho fiducia in te: così mi ha detto. Io prendo, vado in direzione nazionale, una guerra, quelli del sud vedevano l’autonomia come fumo negli occhi. Lei dice: il partito al nord vuole questa posizione e noi la assumiamo.

Tutto il partito, non solo in Veneto ma a livello nazionale, su mandato di Giorgia Meloni, a favore dell’autonomia. Quello è stato il passaggio che ci ha permesso di sdoganare Fdi agli occhi dell’elettorato veneto. Da lì è iniziato il percorso che con l’immagine trainante di Giorgia Meloni ci ha portato al 34% nel 2022 e al 38% nel 2024, lasciando la Lega al 16%. In casa della Lega, non in Calabria!».

Peccato che l’anno dopo Fdi sia ripiombata al 18%. L’euforia per la goleada è durata poco. E baciarsi le mani se quota 18% resisterà in futuro: Berlato è convinto che il partito abbia imboccato la fase discendente. Lunga o corta dipenderà da tanti fattori, ma inesorabile secondo lui. Ce lo diceva molto prima del referendum sulla giustizia e del suo esito rovinoso, prima che commentatori e analisti scoprissero che l’effetto Meloni non faceva più la stessa presa sugli italiani: era il 16 gennaio per la precisione, quando abbiamo cominciato questo viaggio dentro a Fratelli d’Italia per raccontare la nuova classe dirigente del Veneto vista da vicino.

Berlato avrà anche il dente avvelenato perché alle regionali non gli è andata benissimo, ma basa il ragionamento su un precedente illustre: «Alle regionali 2025 si è ripetuto quello che era accaduto nel 2010 con Galan e Zaia: Forza Italia era il partito maggioritario nel Veneto ma con trattativa nazionale si decise di dare alla Lega la guida della Regione e venne candidato Zaia. E’ stato l’inizio della fine di Forza Italia nel Veneto e in parte anche a livello nazionale. Il tracollo è cominciato là. Oggi il messaggio transitato è che se Zaia è capolista e ha gestito il potere per 15 anni, continuerà a farlo. Per le forze economiche che supportano Zaia e di riflesso la Lega, comandano ancora i leghisti. Messaggio devastante per Fratelli d’Italia. Per questo temo che il risultato delle regionali rappresenti l’apice della parabola, non solo nel Veneto ma a livello nazionale».

Quelli saltati sul carro del vincitore

Ettore Bonalberti
Ettore Bonalberti

«Non ho mai visto a Mestre nascere tanti uffici di Fratelli d’Italia. Una volta che hai il potere girano anche i quattrini, quindi sedi dappertutto, bandiere, televisioni, giornali. C’è questa tendenza degli italiani a saltare sempre sul carro del vincitore», va meditando Ettore Bonalberti, l’ultimo dei notabili democristiani che cita De Gasperi e Don Sturzo e crede che sia ancora possibile fare un partito di centro ispirandosi a loro. Bonalberti conosce più di altri la parte importante dei vecchi democristiani, soprattutto dorotei, che votano questa destra senza problemi. Li misura da una chat dove lo rimbeccano per i suoi interventi. Sa che sono rimasti punti di riferimento locale, capaci di orientare nel passa parola il voto di tanti.

Lo smottamento della Lega ha fatto il resto. Con la crescita tumultuosa del partito bisognava rinfoltire i ranghi e la dirigenza di Fratelli d’Italia ha dovuto attingere a chi arrivava da fuori. Molti sono stati inseriti in lista, votati ed eletti. Scorrendo l’elenco delle preferenze si incontrano decine di candidati provenienti dalla Lega, da Forza Italia, dal gruppo di Brugnaro, ognuno con migliaia di voti. Un patrimonio personale che si sono tirati dietro, un consenso che Fdi non avrebbe avuto senza di loro.

«Oggi Fratelli d’Italia è un contenitore molto più ampio di An», osserva Lucas Pavanetto, vicepresidente della giunta regionale. «E’ vero che i leader locali almeno in parte sono ancora legati a quella storia, ma siamo cresciuti grazie a persone che si sono aggiunte, io lo dico sempre. Io non sono cresciuto grazie agli ex colonnelli di An, che ci chiamavano fratellini fino a quando la Meloni non è diventata premier. Devo molto di più a gente arrivata da Forza Italia, a cominciare da uno come Guido Crosetto».

Una fonte interna di Fratelli d’Italia stima che, facendo 100 il numero dei dirigenti del partito, 70 vengano da Forza Italia e soprattutto dalla Lega, dove sul finire della scorsa legislatura c’è stata una fuga di massa: quando si è capito che Luca Zaia non poteva più garantire la rielezione, tutti i pericolanti si sono buttati in cerca di un posto al sole. Giovanni Diamanti, politologo che misura con sondaggi periodici questa evoluzione, la ritiene una percentuale esagerata: «Sicuramente alle ultime regionali il travaso in alcune province è stato molto elevato, ma penso che Fdi si sia accorta che senza una classe dirigente territoriale forte non può diventare competitiva. Solo che il radicamento si costruisce nel tempo».

Certo che se anche dirigenti della Lega, da vent’anni padrona del territorio, tagliano la corda quando è a rischio la loro poltrona, c’è poco da filosofare sul radicamento. Con questo personale politico si costruisce sulle sabbie mobili.

La prova del nove arriverà con la nuova legge elettorale, se verranno introdotte le preferenze. La bocciatura alla Camera non impedisce che l’emendamento venga riproposto al Senato, come esponenti di Fratelli d’Italia hanno lasciato intendere. La presenza o no delle preferenze, sarà funzionale alle scelte di campo dei tanti che stanno temporeggiando, incerti se restare nella Lega, passare con Fdi o mollare entrambi e buttarsi con Vannacci. Chi ha meno consenso preferisce la lista bloccata che fa arrivare in Parlamento trasportati in carrozza, dicendo solo un semplice sì. Per 5 anni naturalmente. Con le preferenze cambia tutto, bisogna andare a cercarsele.

In un caso o nell’altro emergeranno i movimenti ancora sotterranei di chi va a caccia di un posto. Bisognerà uscire allo scoperto, vedremo dove si formerà la coda. Chissà, potrebbe venirne addirittura una selezione naturale dei voltagabbana.

Le correnti venete in Fdi

Elena Donazzan
Elena Donazzan

L’ultimo atto della presidenza del Veneto di Giancarlo Galan fu un agguato a Silvio Berlusconi, intercettato da undici stimati imprenditori nella sala vip dell’aeroporto Marco Polo, per convincerlo a non candidare Luca Zaia.

Berlusconi fece spallucce e Zaia si prese la presidenza del Veneto, tenendosela per 15 anni. Non sappiamo per quanti anni resterà presidente del Veneto Alberto Stefani, ma se è stato candidato non deve ringraziare Giorgia Meloni ma Luca De Carlo.

Il responsabile del cedimento alla Lega stavolta non era a Roma ma nel Veneto, l’ha smascherato la sera stessa dello spoglio Elena Donazzan al grido di «dimissioni subito!». De Carlo ci ha messo tre mesi a dimettersi da coordinatore regionale, così tutti hanno pensato che più che dimettersi sia stato dimissionato. Ma è improbabile, perché la dirigenza di Fdi l’ha ringraziato con nobili parole per il lavoro svolto: «E’ stato un percorso intenso che ha portato Fdi a diventare forza politica riconoscibile, strutturata e presente in tutte le province», ha scritto il capogruppo in Consiglio regionale Claudio Borgia, che pure è legatissimo a Elena Donazzan, della cui corrente fa parte. A meno che non si sia dissociato dalla linea.

Borgia è compare d’anello di Sergio Giovine, deputato vicentino, anche lui corrente Donazzan, nominato vicecoordinatore regionale per controllare, dicono, Raffaele Speranzon, succeduto a De Carlo nel ruolo di coordinatore regionale. E’ la prima volta che il coordinatore ha un vice. Ma sono fantasie, è più facile che vada al contrario: Speranzon era il braccio destro della corrente di La Russa e Gasparri nel Veneto, è amico d’infanzia di Giorgia Meloni, sono cose che fanno di lui un politico indiscutibile a prescindere. Non a caso nessuno gli ha chiesto che ruolo ha avuto nella trattativa fallita per la presidenza del Veneto, meno di tutti il suo vice Giovine.

Stiamo adoperando in modo arbitrario la parola corrente, perché è noto che in Fratelli d’Italia, come già in An, le correnti non esistono. Ai tempi di Gianfranco Fini erano tre, ma tutte facevano riferimento a lui che le teneva come i polli di Renzo, finché si beccavano tra di loro non gli davano fastidio. Oggi si beccano in modo diverso. «In Fratelli d’Italia l’accusa di correntizio si dà a uno che non è d’accordo con Giorgia Meloni, ma sono gli altri che gliela dànno, quelli con cui non va d’accordo lui», spiega Massimo Giorgetti, uno che di correnti s’intende bene. «E’ un

marchio per mettere fuori gioco qualcuno». Insomma più che correnti dovremmo chiamarle inimicizie particolari.

«Io non ho mai sopportato le correnti», dice Lucas Pavanetto, vicepresidente della giunta regionale, «ma bisogna riconoscere che alcune figure sono cresciute grazie a chi ha dato loro spazio».

Il gruppo cresciuto di più è quello di Elena Donazzan, che fa riferimento al ministro Urso. Con 25 anni in Regione di cui 20 da assessore, Elena ormai faceva parte dell’arredamento, dicono a palazzo Balbi. Nell’estate scorsa si era offerta come «candidata ideale» alla presidenza del Veneto citando un sondaggio che nessuno ha ripreso. Abituata a far discutere, lo fa anche nel Parlamento europeo dove siede dal 2024. Con argomenti dai più truci («i bambini uccisi a Gaza sono figli di terroristi») ai più futili (un video per insegnare a impugnare correttamente la forchetta ai colleghi, 114 commenti, neanche uno a favore).

Nella sua corrente – usiamo questa parola senza tante ipocrisie – si riconoscono quattro federazioni provinciali su sette: Padova, che ha appena celebrato il congresso, con riferimento Enoch Soranzo; Treviso con il capogruppo in Regione Claudio Borgia; Vicenza con il vicepresidente del Consiglio Francesco Rucco; Verona con l’assessore ai trasporti Diego Ruzza. Nomi di spicco che citiamo salvo omissioni.

Fuori dall’influenza della Donazzan restano le federazioni di Rovigo, Venezia e Belluno. A Rovigo, anche qui il congresso si è appena tenuto, la figura apicale è l’assessore Valeria Mantovan che fa riferimento al ministro Lollobrigida.

Belluno ha avuto un’evoluzione particolare: da provincia un tempo a vocazione socialista, ha dato la percentuale più alta di voti a Fratelli d’Italia, 27,7% contro il 18,7% della media regionale, battendo addirittura la Lega. Frutto di un lavoro, non sempre d’intesa, tra Dario Bond e Luca De Carlo, che pure aveva cominciato come assistente di Bond in Consiglio regionale nel gruppo di Forza Italia. Oggi Bond fa riferimento a Lollobrigida, di cui è stato compagno di banco per quattro anni in Parlamento. De Carlo, rimasto spiaggiato dal contraccolpo elettorale, risulta provvisoriamente desaparecido in Veneto.

Lucas Pavanetto lo difende: «Ha fatto un gran lavoro di crescita del partito, con capacità di moderare le posizioni e anche di gestirle a pugno duro, a volte. Ho un ottimo rapporto sia con lui che con Raffaele Speranzon, anche se nessuno dei due mi ha sostenuto alle regionali. Speranzon aveva il suo candidato in Matteo Baldan». Che non è stato eletto, ma è rientrato dalla finestra proprio grazie alle dimissioni di Pavanetto. Chissà se davvero non lasciano strascichi queste corse uno contro l’altro.

Naturalmente anche Pavanetto ha un riferimento romano, un collegamento di ferro con Giovanni Donzelli. «Ma non è una corrente», precisa, «è un legame che parte dal 1997 quando mi sono iscritto ad An, nato dalle battaglie che abbiamo fatto insieme

nel movimento giovanile». E’ la storia dei quarantenni che facevano militanza con Giorgia Meloni: la Capa ha liquidato tutta la vecchia classe dirigente e li ha portati in prima fila.

Con ascendente Msi sono rimasti in pochi. C’è Ciro Maschio, deputato veronese, guardato dall’alto in basso dai fratelli Giorgetti. L’intramontabile Donazzan, che gode di una vasta letteratura in proposito. In batteria resta la vecchia guardia di Padova, gli Ascerto, Licata, Verza, i fratelli Zanon, che hanno creato una chat, Destra Padovana. Sono pronti alla bisogna, non si sa quale, intanto si contano.

«Una volta bisognava pedalare e noi pedalavamo, adesso è passato un autobus e la gente ci salta sopra», mastica amaro Ascierto. «Facevi il consigliere, il sindaco? Benissimo, salta su. Così si fa l’Arca di Noè, non una compagine di governo. Noi che venivamo dal Msi avevamo un passato di confronto duro, abbiamo maturato una trasformazione importante con Fini, con Berlusconi, verso una destra moderna, pur restano ancorati ai valori di sempre. Se mi dicevi fascista sapevo cosa vuol dire, c’è stata una crescita per un cambiamento. Oggi se lo chiedi a questi qui, non sanno cosa significa».

Fuori dalla mischia si tiene Sergio Berlato: si è ritirato sull’Aventino e osserva i movimenti dall’alto come Giove Pluvio. Dopo 3 legislature in Regione e 5 al Parlamento europeo è tentato dalle politiche. Lavora ad una struttura simile al Cpa con cui entrò in Regione nel 1990, ma di dimensione nazionale. Si chiama Associazione per la cultura rurale, un contenitore di organizzazioni diverse che ha aperto sedi in tutte le regioni d’Italia e di cui è presidente nazionale. Sostiene che questo mese entrerà anche la Coldiretti. «Non tutti i nostri associati sono politicamente orientabili ma una parte sì», dice senza fronzoli. «La mia carriera politica l’ho creata su strutture parallele ai partiti, perché i partiti hanno le correnti, nessuno escluso e le correnti corrono per i loro referenti. Io non ho mai avuto l’appoggio del partito, né con Fdi, né con il Pdl, né con An. Questa organizzazione è stata la mia polizza sulla vita, i 48.000 voti di preferenze delle europee vengono da qui».

Pronto per passare con Vannacci? «Se avessi voluto l’avrei già fatto. Ma in politica mai dire mai».

Fdi e le liti interne nella dirigenza veneta

Raffaele Speranzon
Raffaele Speranzon

Mestiere ingrato fare il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia. Ti può capitare di andare al congresso provinciale unitario di Rovigo, fare un vigoroso appello contro le litigiosità interne del partito e non fai in tempo a uscire che dentro scoppia la rissa. Facce minacciose, imprecazioni, aria da menar le mani, nonostante la presenza di giornalisti. Con strascico prolungato all’esterno in pieno Corso del Popolo.

Raffaele Speranzon l’avrà saputo da Bartolomeo Amidei, il quale gli avrà detto di aver salvato capra e cavoli con una mediazione dell’ultimo momento, tanto che poi l’hanno acclamato coordinatore del Polesine. Così è finito il congresso venerdì scorso, ma l’auspicata fine delle divergenze interne con la nomina di una nuova dirigenza resta sullo sfondo.

La nuova dirigenza c’è, l’un contro l’altro armati. Il problema tutto da risolvere è l’indicazione dei papabili per il rimpasto della giunta comunale della città, dove mancano due assessori, e per la presidenza già scaduta dell’interporto. Posti che le componenti interne si contendono aspramente: una fa capo a Valeria Mantovan e a Fabio Benetti, rispettivamente assessore e consigliere regionale; un’altra a Matteo Zangirolami, assessore comunale defenestrato dalla sindaca Valeria Cittadin; la terza al consigliere comunale Mattia Moretto, che era in corsa per le regionali e si è trovato i manifesti elettorali taroccati per faide di partito.

La Cittadin aspetta che Fdi indichi i nomi, ma se subentra un componente del consiglio comunale si dovrà dimettere da consigliere e il primo dei non eletti di Fdi è quel Diego Melloni già passato con Vannacci, portandosi dietro la sede che ospitava il partito. Speranzon ha messo il veto, ha già perso due consiglieri: Aniello Piscopo passato con Vannacci e Cristina Folchini passata nel gruppo misto (non in Futuro Nazionale come abbiamo scritto qualche giorno fa). Per frenare l’emorragia Speranzon e Amidei dovranno mettere d’accordo gli opposti: indicare due esterni ed evitare la rivolta interna. Bel grattacapo.

Problema non diverso per la presidenza dell’interporto: la nomina è comunale e dovrebbe andarci Zangirolami con la fiducia della sindaca Cittadin che l’ha defenestrato da assessore. In questo giro di caselle da occupare non manca la fidanzata di uno e la sorella dell’altro, dettagli che rinviamo perché la cronaca del congresso basta e avanza. Ad arroventare il clima non era solo la passione politica: con la canicola imperante gli organizzatori hanno avuto la bella idea di scegliere una

sede senza aria condizionata e questo spiega forse perché i partecipanti erano solo una ventina, inclusi esponenti di altri partiti arrivati per i saluti.

Anche il movimento di Vannacci è stato invitato, una bella dimostrazione di sportività viste le incursioni del generale tra le file dei Fratelli. Stefano Valdegamberi plenipotenziario di Vannacci ha delegato uno del posto e a rappresentare Futuro Nazionale si presentava Nello Piscopo, l’ex capogruppo che ha riconsegnato la tessera. Sportività d’accordo, ma che venga a sbertucciarci uno che ci ha appena piantati in asso è troppo, devono aver pensato in Fdi. Così gli hanno telefonato: resta pure a casa. Gradirei uno scritto, ha risposto lui, come per l’invito. Dalla padella alla brace, i Fratelli hanno fatto contromarcia indietro. Piscopo ha parlato 7 minuti invece dei 3 che gli avevano concesso, portando i saluti di Vannacci.

 

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