Meloni punta al voto in aprile con Vannacci in coalizione, il Carroccio chiede più tempo

Lo scenario della premier si va delineando: voto per le Politiche ad aprile 2027, sei mesi prima della scadenza naturale e un mese prima delle pericolose elezioni nelle grandi città, che riservano alla destra quasi sempre brutte sorprese

Carlo BertiniCarlo Bertini
La Premier Giorgia Meloni a Villa Eilenroc per il 36° Vertice franco-italiano
La Premier Giorgia Meloni a Villa Eilenroc per il 36° Vertice franco-italiano

L’ultimo è il sondaggio Ipsos che dà a Vannacci il 6% e fotografa la sconfitta ai punti di un centrodestra privo dei voti di Futuro Nazionale.

Ed è solo l’ultimo segnale, di un trend che va avanti da settimane. Quindi, malgrado Matteo Salvini dica «non sono preoccupato, mi hanno appena portato un sondaggio che dà la Lega un punto e mezzo sopra Futuro Nazionale», nelle stanze di Fratelli d’Italia, un punto è assodato: se non verrà fatto entrare anche il simbolo di Vannacci nella scheda elettorale della coalizione, il centrodestra perderà le elezioni.

Un ministero al generale

Per questo Giorgia Meloni e i suoi “fratelli” (tranne uno che recalcitra, il filo-ucraino Fazzolari) si stanno convincendo che toccherà ingoiare l’amaro calice di un suo ingresso: da cui ne deriverà per forza di cose l’offerta al generale di un posto al sole in un prossimo esecutivo.

Un posto ben visibile e di un certo peso, perché c’è da giurare che alla trattativa l’ex parà arriverà armato fino ai denti - con le sue brillanti percentuali e i suoi bagni di folla - per tentare un’incursione nei ranghi del governo: facendosi promettere un dicastero di lusso per sé e altre poltrone dorate per i suoi scudieri.

La carta di Schlein

Ma se questo è di là da venire, ora c’è il punto fermo chiaro a tutti nel governo: senza Vannacci si perde. Il fatto è che Giorgia vuole a ogni costo portare a casa la nuova legge elettorale. Che per uno scherzo del destino sembra cucita apposta per il fenomeno Vannacci e per il sogno per nulla nascosto di Elly Schlein, la quale sa bene che «l’unica via per andare lei a Palazzo Chigi è lo Stabilicum», sospira una sua avversaria di FdI.

La nuova legge elettorale infatti obbligherà i partiti uniti in coalizione a indicare nel programma depositato il loro candidato premier; e di conseguenza il “campo largo” della sinistra dovrà a individuarne uno entro e non oltre l’autunno. Con o senza le primarie. Sì perché lo “Stabilicum” marcia veloce come un Freccia Rossa verso l’approvazione della Camera: entro il 15 luglio il governo prevede un voto finale a Montecitorio, per trasmettere poi il testo all’altro ramo del Parlamento. Nelle intenzioni, il Senato lo potrà ratificare a settembre e da quel momento il cronometro elettorale potrà far partire il conto alla rovescia.

Election day e Mattarella

E qui scatterà il primo, vero braccio di ferro nella storia dei rapporti tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Lo scenario della premier si va così delineando: voto per le Politiche ad aprile 2027, sei mesi prima della scadenza naturale e un mese prima delle pericolose elezioni nelle grandi città, che riservano alla destra quasi sempre brutte sorprese.

Dalle parti di Giorgia hanno già messo in conto che la sinistra le vincerà tutte, regalando una batosta difficile da metabolizzare, per questo sarebbe il caso di anticipare le politiche: Roma ha il sindaco Gualtieri in rampa di (ri)lancio dopo un primo mandato coronato da una crescita di popolarità esponenziale e da una serie di lavori per ammodernare la città, molto ben comunicati dai suoi ragazzi social. Bologna, si sa come va dal dopoguerra... Napoli è data per persa.

E restano solo Milano – dove la destra nutre qualche speranza di giocarsela – e Torino, dove il sindaco di centrosinistra è al suo primo mandato e non ha l’aria di voler sloggiare. Se tanto mi dà tanto, come si dice, allora non sarebbe il caso di rischiare grosso facendo votare gli italiani nello stesso giorno per i comuni e per il Parlamento.

L’onda a favore degli avversari per le amministrative potrebbe tracimare nelle schede delle elezioni politiche, provocando un collasso inenarrabile. Sia mai, dunque l’obiettivo è: politiche ad aprile e comunali a maggio-giugno.

E qui si inserisce la variabile Mattarella: i ministri e la premier mettono in conto che il Presidente preferirebbe un election day che faccia risparmiare milioni di euro alle casse dello Stato. A quel punto però Giorgia terrebbe il punto: niente election day, piuttosto non mi dimetto e arrivo a fine legislatura.

La variabile Lega

Anche perché la Lega ha un doppio vantaggio a trascinare le cose fino all’ultimo giorno utile. Lo ha spiegato Giancarlo Giorgetti dicendo che «non si può votare ad aprile perché non ci sarebbe tempo in quel modo per portare a casa l’Autonomia regionale». E ieri lo ha ripetuto Salvini dicendo che l’appuntamento con le urne è in autunno 2027. Lo stendardo dell’Autonomia va issato prima delle elezioni per non farsi ridere dietro dai militanti.

Ma il secondo buon motivo per tirarla lunga fino a settembre 2027 è più nascosto: Salvini sa che al prossimo giro porterà in parlamento un terzo degli eletti che ha ora (nel 2022 la Lega fu sovradimensionata, la coalizione gli attribuì il 14% di seggi sicuri mentre alla fine prese l’8 per cento) e quindi i peones in sovrannumero hanno una voglia matta di intascare altre sei mensilità.

Dunque si prospetta un doppio braccio di ferro per Meloni: uno con Salvini sul voto anticipato e l’altro con Tajani sull’indigesto ingresso di Vannacci in alleanza. Materia a sufficienza per giocarsi la popolarità riconquistata dopo lo splash con Donald Trump, cui ha saputo tener testa. Almeno a vedere i numeri riportati ieri da Ipsos, che danno FdI in crescita malgrado tutto.

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