Conte sulla Lega che verrà: «Bene la cabina di regia, ma le proposte richiedono interpreti adatti»

Parla il sindaco di Treviso Mario Conte, uno dei soli tre veneti inseriti nel nuovo organismo: «La permanenza

di Salvini al vertice? Non ho risposte definitive»

Filippo Tosatto
FERRAZZA AG.FOTOFILM TREVISO CAMPAGNA ELETTORALE IN FOTO SALVINI E CONTE ALLA LOGGIA DEI 300 Treviso - Campagna elettorale della Lega - Matteo Salvini a Treviso 2018 duemiladiciotto Matteo Salvini a Treviso con il candidato sindaco Mario Conte
FERRAZZA AG.FOTOFILM TREVISO CAMPAGNA ELETTORALE IN FOTO SALVINI E CONTE ALLA LOGGIA DEI 300 Treviso - Campagna elettorale della Lega - Matteo Salvini a Treviso 2018 duemiladiciotto Matteo Salvini a Treviso con il candidato sindaco Mario Conte

 

«Il rinvio del raduno di Mogliano? Incontrarsi è utile in presenza di idee chiare e obiettivi condivisi, altrimenti è tempo sprecato, o peggio. Purtroppo la Lega ha smarrito la rotta, urge ritrovarla in tempi brevi e ricominciare a fare politica. Ce lo chiedono i militanti, risorsa straordinaria e insostituibile, abbiamo il dovere di ascoltarli. Perché una ripartenza è possibile e la sua stella polare è il buon governo del territorio, espresso dai tanti bravi sindaci che rappresento». Mario Conte, il popolare sindaco di Treviso e presidente di Anci Veneto, guarda con ansia all’impasse in atto e individua negli amministratori locali l’antidoto più efficace al declino del partito e della causa nordista.

Sindaco Conte, Matteo Salvini l’ha invitata a partecipare alla fatidica “cabina di regia” in compagnia di Luca Zaia e Alberto Stefani ma, aldilà delle ritualità, la svolta inclusiva al vertice sollecitata da più parti resta un miraggio.

«In verità il confronto programmatico è stato utile, il tavolo dei territori è un’ottima iniziativa ma ogni proposta richiede interpreti in grado di tradurla in azione, cioè una classe dirigente all’altezza della sfida, credibile perché capace nel tempo di cogliere i bisogni dei cittadini e dare loro risposta. Viceversa, saremo un cane che si morde la coda alla ricerca dell’identità perduta mentre i nostri sostenitori, quelli che incontro ogni giorno, ci chiedono dove stiamo andando».

E chi sarebbero gli interpreti adeguati?

«Io sono diventato leghista in nome dell’autonomia: ecco, in questa fase problematica della riforma, non saprei immaginare un garante del federalismo migliore di Zaia. Analogamente, se ci battiamo per un Piano casa finalmente incisivo, a chi affidarci se non agli amministratori locali, al sacrificio quotidiano dei sindaci, autentiche sentinelle sul territorio nei comuni piccoli e grandi».

Non bastasse, alla crisi identitaria della Lega si abbina la spietata concorrenza a destra di Futuro Nazionale, uno spauracchio evocato dallo stesso Salvini, artefice della nomina di Roberto Vannacci a vicesegretario federale e ricambiato con un sorpasso mortificante nei sondaggi.

«È inutile piangere sul latte versato. La realtà dei fatti dice che noi siamo al governo e, pur con limiti ed errori inevitabili, dimostriamo senso di responsabilità e capacità di farci carico concretamente del Paese. Loro, invece, inseguono la protesta e ricorrono alla provocazione verbale. Lo dico con rispetto: è la differenza che intercorre tra l’esperienza e i sogni. Ciò detto, non guardiamo al generale, pensiamo e recuperare il nostro ruolo politico».

Qua e là spuntano striscioni che invitano Zaia e Fedriga a scalzare Salvini dal timone del Carroccio. Personalità politiche animate da visioni divergenti su temi fondamentali, non si comprende come possano collaborare.

«Dovranno farlo, privilegiando le ragioni di unità al braccio di ferro permanente. Attenzione, io non minimizzo le difficoltà ma non siamo una forza allo sbando. Al di là dei contrasti sulla leadership, quando riscopriamo la vocazione di sindacato del popolo, delle partite Iva e degli agricoltori, dei lavoratori e delle persone fragili, allora la gente ci ricambia con la fiducia com’è successo in Veneto, con lo straordinario consenso raccolto da Zaia e la grande vittoria di Stefani. Io stesso, privilegiando la prospettiva rispetto alla retorica e offrendo opportunità reali ai cittadini, sono riuscito a vincere a Treviso contro il sindaco uscente e poi a rivincere con dieci punti percentuali in più».

Parlamentari, consiglieri regionali, amministratori, dirigenti: nell’attesa della pacificazione interna, l’esodo dalla Lega non si arresta e coinvolge esponenti di rilievo.

«I cambi di casacca ci sono sempre stati, io non giudico le scelte altrui, certo nei momenti di crisi è più facile scappare che rimboccarsi le maniche. Chi ha ricevuto incarichi e stipendi non esita ad abbandonare la nave mentre i militanti di base, che hanno lavorato senza ricevere compensi e avrebbero il diritto di sbattere la porta, restano in trincea. Una diversità di comportamento molto eloquente».

En passant, la permanenza di Salvini al vertice è compatibile con il rilancio del partito?

«Non ho risposte definitive né considero decisiva la questione. Prima le idee, poi le gambe per farle camminare, infine il comandante. Al riguardo rifiuto sia i tabù che l’opportunismo. Quando Salvini ha raccolto la Lega al 3% e l’ha portata al 34, le code per fare i selfie con lui erano chilometriche. Adesso è l’uomo nero. Allora dico: né processi né incoronazioni, valutiamo ogni opzione con lucidità e volontà di dialogo, senza rabbia».

Da fan zaiano dichiarato, secondo lei c’è una chance che il Doge si candidi alla segreteria?

«Non lo so, di certo avrebbe tutte le qualità richieste. La mia grande stima per lui è nota ma ignoro quali progetti stia coltivando. Ciò che so, per usare una sua espressione, è che oggi chi ama la Lega è chiamato a gettare il cuore oltre l’ostacolo».

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