La premier Meloni teme la crisi della Lega: aumentano i colloqui con Zaia
Il calo di consensi del Carroccio e la crescita di Futuro nazionale sono un rischio per il centrodestra. Dai ripetuti scambi sull’asse Roma-Venezia, intrattenuti dagli staff e rilanciati da più parlamentari del centrodestra, emerge la forte preoccupazione di Giorgia Meloni

La crisi di consensi della Lega e l’eco della fronda nordestina catturano l’attenzione di Palazzo Chigi. Dai ripetuti scambi sull’asse Roma-Venezia, intrattenuti dagli staff e rilanciati da più parlamentari del centrodestra, emerge la forte preoccupazione di Giorgia Meloni.
Il costante calo dell’alleato – ragiona la premier scorrendo i sondaggi sfavorevoli – minaccia di compromettere l’esito elettorale della coalizione di governo, già indebolita dall’onda nera di Futuro Nazionale.
Così, voci non smentite alludono a colloqui tra la premier e il presidente del Consiglio veneto, Luca Zaia, improntati all’urgenza – condivisa – di rivitalizzare la proposta della maggioranza sul versante riformista, privilegiando la politica del welfare e l’estensione dei diritti civili. Comune, en passant, lo scetticismo circa le chance di alleanza “tattica” con il generale Vannacci, sempre più vocato all’opposizione nel segno dell’estremismo populista.
Tant’è. Nel Carroccio, aldilà delle schermaglie, cresce la convinzione che un’ulteriore caduta nei consensi (ieri la Supermedia You Trend ha accreditato un faticoso 6,2% con saldo –0,3 e outlook negativo) renderebbe insostenibile la posizione di Matteo Salvini, pregiudicandone la leadership in vista delle politiche del prossimo anno.
Una consapevolezza che rafforza la cordata settentrionale (i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti; il ministro Giancarlo Giorgetti, il capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo) e induce al ripensamento qualche pretoriano: è il caso dell’influente sottosegretario Claudio Durigon, proconsole al Centro-Sud, spaventato da emorragie e cambi di casacca. Così Fedriga, il più attivo nell’alimentare la dialettica interna, prova – fin qui senza fortuna – a trasformare il “tavolo dei territori” di via Bellerio in un laboratorio federalista utile a rimodellare la forma partito.
Così i lumbard malcelano l’ansia di imprimere la spallata decisiva al Capitano. Al riguardo, però, un richiamo al realismo giunge dallo stesso Zaia. Pur in rotta di collisione con Salvini (bocciando la riforma dello statuto, quest’ultimo ha escluso la nomina del rivale a presidente e vice segretario), il Doge ritiene impraticabile l’ipotesi di un congresso straordinario finalizzato al cambio della guardia.
La sua convocazione – segnala ai compagni di strada – richiede la firma della maggioranza assoluta dei delegati congressuali uscenti, in larga parte di fede salviniana al pari dei consiglieri federali, vincolati al gruppo dirigente da un reticolo di nomine e carriere. Che fare, allora?
Tramontato sul nascere il “redde rationem” al ritiro di Mogliano (frettolosamente cancellato, et pour cause), lo sguardo corre oltre i rumors estivi per concentrarsi sul fatidico raduno settembrino a Pontida.
Al di là delle annunciate contestazioni, riflesso fedele di una base militante delusa, la mossa che si profila è quella del “fuoco di fila”, una sequenza orchestrata di interventi dal palco, capaci di tradurre il malcontento in una linea alternativa a trazione nordista.
Sullo sfondo, ma non troppo, il giovane presidente del Veneto, fin qui alleato fedele di Salvini, che ne ha benedetto l’ascesa nella Lega e nelle istituzioni.
Stretto tra l’incudine degli ortodossi (Lorenzo Fontana, Andrea Ostellari, Massimo Bitonci) e il martello arrabbiato del territorio, ora Alberto Stefani si interroga circa la possibilità di coniugare il rinnovamento e l’unità. Giovedì, al congresso della Uil a Padova, ha dialogato a sua volta con la premier Meloni. Come va? , Come stai? , il refrain di circostanza. Che di questi tempi va assai oltre il galateo.
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