Fine vita, il governo impugna la legge del Veneto

Era già successo per la legge sul fine vita approvata in Sardegna, Toscana ed Emilia Romagna. Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, a quanto si apprende, non ha partecipato né alla discussione né alla votazione. Zaia: «Rivendico la decisione del Consiglio veneto. Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul piano morale, ma assumersi la responsabilità di dare al Paese una disciplina chiara»

La redazione
Il Consiglio regionale del Veneto il 2 settembre durante il voto sulla legge sul fine vita
Il Consiglio regionale del Veneto il 2 settembre durante il voto sulla legge sul fine vita

Il governo ha deciso di impugnare la legge sul fine vita del Veneto, prima Regione amministrata dal centrodestra a dare il via libera a «procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Lo ha deliberato il Consiglio dei ministri. Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, a quanto si apprende, non ha partecipato né alla discussione né alla votazione.

Ecco cosa prevede la nuova legge sul fine vita in Veneto
La redazione
Fine vita, ecco cosa prevede la nuova legge del Veneto

Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, anche lui leghista, si è invece espresso contro l'impugnazione, sostenendo che si tratta di una legge ordinamentale che indica solo le linee guida attenendosi alle norme già in vigore.

Zaia: “Rivendico la scelta del Consiglio veneto”

Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, ha detto di rispettare «pienamente la decisione assunta dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita. È una prerogativa costituzionale del Governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità. Come d'altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiamo partecipato al voto».

Poi aggiunge: «Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato».  

Ricordando la vicenda di Eluana Englaro e la sentenza della Consulta del 2019 sul caso di Dj Fabo, con le quattro condizioni «rigorose» per la non punibilità dell'aiuto al suicidio, secondo Zaia «da allora sono passati diciassette anni. Si sono succeduti Governi e maggioranze di orientamento diverso, ma una legge nazionale ancora non c'è. Ecco perché non considero questa una battaglia tra destra e sinistra. Su questioni così profonde le sensibilità attraversano tutti gli schieramenti, perché prima delle appartenenze politiche vengono le coscienze individuali. Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul piano morale, ma assumersi la responsabilità di dare al Paese una disciplina chiara, rispettosa della dignità della persona e capace di garantire le necessarie tutele, a cominciare dalle cure palliative e dalla protezione delle persone più fragili".

I precedenti 

Era difficile immaginare un copione diverso rispetto a quello andato in scena per la legge sarda, toscana ed emiliana su cui l’esecutivo ha sollevato il conflitto di attribuzione negli scorsi mesi. 

Il Governo già in passato aveva impugnato le leggi della Toscana e della Sardegna ed Emilia-Romagna, le uniche a legiferare insieme al Veneto.

Questo a inizio settembre si è unito alla schiera delle Regioni che hanno deciso di disciplinare l'iter procedurale per accedere al suicidio assistito, dopo la storica sentenza della Consulta che nel 2019 ha di fatto aperto al diritto al fine vita a determinate condizioni.

Nei precedenti ricorsi la Corte costituzionali ha bocciato alcune disposizioni delle leggi regionali salvando però l'impianto complessivo delle due normative.

Riproduzione riservata © il Nord Est