Salvini silenzia i governatori del Nord: così Meloni lo spinge verso il Viminale

Il “tavolo dei territori” spegne le ipotesi di cambio al vertice leghista ma non il crollo dei consensi e la premier è tentata di “forzare” il ricambio offrendo al leader del Carroccio il ministero dell’Interno al posto di Piantedosi

Carlo Bertini
Matteo Salvini
Matteo Salvini

Riepilogando, la situazione è questa, ci dice uno dei pezzi grossi del Carroccio sotto garanzia di anonimato: «Convocando il tavolo che si è inventato, Salvini fa sapere a tutti: “Vedete, mi occupo dei territori e in questo organismo pieno di dirigenti del Sud ci sono dentro anche Zaia e Fedriga”.

In pratica veicola il messaggio che la fronda del Nord non porta a casa niente: lui si arrocca e fa vedere che i due non hanno lo stomaco per insidiare la sua leadership».

Naturalmente, la mossa di Salvini non sposta di un millimetro la questione-chiave: il partito in caduta libera nei sondaggi e, di conseguenza, l’indebolimento del suo ruolo di Capo unico della Lega.

Il Colle e il rimpasto

Messe a fuoco le alchimie interne alla Lega, per capire cosa si muove sul fronte del governo bisogna girare il capo verso il centro dello scacchiere: dove la dominatrice assoluta, Giorgia Meloni, a sentire le ultime, starebbe valutando la mossa anti-Vannacci.

Cedere al pressing e sostituire un Matteo con l’altro, facendo salire Salvini al Viminale al posto di Piantedosi, con un duplice intento: blindare il segretario più vacillante della sua maggioranza proteggendolo da quella sanguisuga di Vannacci; e rilanciare i successi sulla sicurezza con una voce più tonante di quella del tecnico Piantedosi.

Salvini è ben rodato su questo versante, è capace di fare propaganda più di chiunque altro, dopo di lei.

E forse riuscirebbe a mutare la percezione del Paese sulle minacce e i reati di violenza, perché malgrado le tante leggi varate, pochi si sentono più tranquilli nelle città.

Insomma, alla premier la forza d’urto di Vannacci fa ora più paura, in quanto «il generale, dopo aver pescato in casa nostra, adesso sta cominciando a pescare nel suo bacino», notano i leghisti con un pizzico di compiacimento. Solo per questo motivo infatti, i fan del Capitano possono sperare che la premier si convinca a fare un minirimpasto: poco gradito – c'è da immaginare - al capo dello Stato.

Il quale, a voler interpretare liberamente il suo pensiero, forse ha voluto ricevere l’altro giorno il ministro Piantedosi non tanto per far sapere quanto apprezzi il suo operato, quanto per rimarcare che poco gradirebbe controfirmare la nomina di un leader filo-Putin, già sottoposto a vari gradi di giudizio (peraltro sempre assolto) come titolare del ministero più delicato. E scavalcare i dubbi del Colle sarebbe uno scoglio enorme, che la premier faticherebbe a superare.

Fedriga al timone

Ma il successo di Vannacci sta smuovendo le acque, specie quelle della Lega, già scossa da una marea montante di recriminazioni verso il segretario, cui gli avversari interni contestano d’aver fatto la fortuna del suo principale concorrente. Tanto da far giungere al pettine il nodo dei territori poco rappresentati.

E qui tornano in ballo i due campioni di preferenze, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Pieni di aspettative, ma - secondo Salvini - con poca “vis roboris”, poca energia vitale per scalzare un tipo roccioso come il leader che guida la Lega da tredici anni, passato indenne dal boom del 34 per cento al disastro post-Papeete. Sta tutta qui la scommessa di Salvini: che il duo Fedriga-Zaia non avrà il coraggio di andare al “vedo” e di provare a detronizzarlo.

Se Fedriga accetterà di coordinare il tavolo dei territori e il Doge accetterà di farne parte, «sarà evidente la sconfitta di entrambi – dicono i delusi sopra il Po - perché a quel tavolo ci saranno anche dirigenti di Calabria e Sicilia e figure minori della provincia di Rieti, insomma... altro che tutto il potere al nord».

La partita milanese

Non sembra dunque molto realistica la possibile vittoria ai punti sulla breve distanza della “coppia acchiappavoti” contro un segretario combattivo che non ha intenzione di cedere il testimone: anche l’ordine di scuderia di votare Salvini alle primarie per il sindaco di Milano pare sia un gioco tutto interno ai lumbard, sapendo che lui non ha voglia di cimentarsi in una partita ad alto rischio. E ancor meno di farsi da parte.

Un passo indietro del segretario sarebbe infatti la speranza di chi al Nord punta le sue carte su un’ascesa al trono di Fedriga (e non dell’ex governatore veneto Zaia, che va ripetendo di non essere interessato alla segreteria della Lega). Il presidente del Friuli Venezia Giulia forse pensa che il ruolo di coordinatore del tavolo dei territori possa essere una sorta di “boost” per salire poi al trono di segretario entro breve. Magari già prima di Pontida dovrebbe avvenire il “redde rationem”.

Lui più di Zaia forse avrebbe le carte in regola e un passato più consono (dieci anni in Parlamento) per gestire le grane del partito, avendo ricoperto il ruolo di capogruppo alla Camera nell’era d’oro di Salvini.

Anche se già ci sono sondaggi che danno il partito schizzare quasi al 13 per cento con Zaia leader mentre non ne sono pervenuti sulla capacità propulsiva di Fedriga. Il primo sarebbe una sorta di messia tanto atteso, il secondo potrebbe avere un impatto mediatico minore. Ma al di là di tutto, se l’arma di pressione dei due big del nordest sul Capitano è minacciare di non accettare la candidatura alle Politiche, condizione “imprescindibile” per non far precipitare il partito sotto terra, sarebbe a ben vedere difficile per Zaia e Fedriga dire “no” ad un seggio senza un’alternativa valida e con il rischio di passare per complici del nemico Vannacci...

Come si vede, tutti gli attori protagonisti di questo dramma hanno di che pensare, l’unica cosa che non hanno è molto tempo a disposizione.

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