No ai lumbard, la Liga Veneta difende Salvini
La Lega lombarda giudica esaurita la stagione di Matteo Salvini e lo invita, tout court, a valutare il passo indietro. Il commissario Tomaello: «Il leghista vero non contesta»

Chi gioca per vincere, chi si arrocca in difesa. Sull’onda dei sondaggi sfavorevoli e dell’esodo “futurista”, la Lega lombarda giudica esaurita la stagione di Matteo Salvini e lo invita, tout court, a valutare il passo indietro.
Una mossa senza precedenti nella storia recente del partito, pure turbolenta. Condivisa – è il caso del governatore Attilio Fontana e del capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo – dagli esponenti più autorevoli del direttivo. Ignorata in toni disinvolti dal segretario e vicepremier, piombato la settimana scorsa in via Bellerio nel (vano) tentativo di sedare gli animi.
Aspettando Pontida
Un affondo che riaccende le tensioni alla vigilia di Pontida ma sconta, come dire, la pallida attitudine alla leadership della sponda nordestina. Perché i milanesi scommettono sul carisma di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga – i naturali candidati alla successione – ma entrambi i veterani recalcitrano alla sfida, persuasi, forse, che gli equilibri interni scaturiti dall’ultimo congresso e dalle nomine successive, rendano inattaccabile il “cerchietto magico” .
Non bastasse, nella terra del Leon presidiata da Alberto Stefani, Massimo Bitonci e Andrea Ostellari, a prevalere è il lealismo salviniano ostile alla fronda. «Contestazioni e polemiche non appartengono ai leghisti veri», commenta Andrea Tomaello, il commissario regionale, «in Veneto siamo militanti responsabili e lavoriamo per una buona risposta a Pontida. Vogliamo che il raduno si traduca in un momento di unità e rilancio delle nostre battaglie».
Parole condivise dalla deputata Arianna Lazzarini: «Divisi si perde, uniti si vince. Possiamo discutere di tutto, avere opinioni diverse e confrontarci anche duramente. Ma colpire in pubblico il segretario equivale a indebolire la Lega. A Matteo va detto sempre grazie perché in anni molto difficili ha saputo rivitalizzare il movimento e trasformarlo in una forza nazionale, evitando il rischio di dissoluzione».
«Salvini unico responsabile delle difficoltà? È facile sostenere un leader in presenza di consenso e risultati, il coraggio e la coerenza si vedono quando emergono i problemi», fa eco il parlamentare Giulio Centenaro.
I lealisti
Il cambio in corsa è possibile? «Neanche per sogno, il segretario è stato confermato nell’incarico dal congresso di Firenze, poco più di un anno fa, e nessuno si è opposto», tuona in chat Luca Toccalini; «Chi esce dagli spogliatoi e, una volta in campo, mette in discussione il proprio Capitano, non fa il bene della squadra, favorisce soltanto gli avversari», rincara Eugenio Zoffili.
La parabola del consenso
Impressionante la parabola salviniana: alle Europee 2019, culmine di un’ascesa elettorale in apparenza irresistibile, la Lega superava il 34 per cento, oscurando gli alleati di centrodestra; poi si è materializzato il Papeete, la surreale caduta del governo giallorosso accompagnata da scelte discutibili, continui cambi di bersaglio e una comunicazione convulsa – l’immigrazione e Bruxelles, i vaccini e la Russia, il Ponte sullo Stretto e il Codice della strada – nella costante ricerca del titolo e del nemico quotidiano.
Fino al reclutamento del generale Vannacci nel ruolo di vice (! ), in una rincorsa all’estrema destra populista che innesca la protesta dei presidenti settentrionali, compatti nel rivendicare il ritorno alle radici, con il Nord produttivo, gli amministratori, le autonomie, le imprese, la vocazione popolare.
E la riforma del partito, con i territori protagonisti e indipendenti, bocciata all’istante dal capo, che ai critici concede al più il “tavolo dei territori” (un organismo informale e consultivo) e la rimozione dal simbolo della scritta Salvini premier, a dir poco obsoleta in una coalizione presieduta da Meloni.
Il malessere, allora, cresce e alimenta l’aspirazione alla nascita di un nuovo soggetto “liberale e federalista”.
Suggestioni? «La Lega è una sola, non ce ne sono due»: Zaia gela le attese, non cela il dissenso ma alle pressioni oppone il silenzio, immerso com’è nella confezione del “Fienile”, il fortunato podcast nel mirino di Mediaset.
Perciò l’assenza di alternative percorribili puntella una leadership traballante mentre il leghismo nordestino, vittorioso alle urne, sconta una vocazione alla subalternità a tratti indecifrabile.
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