Lega, la fronda nordista allo scoperto per un passo indietro di Matteo Salvini

Le parole del presidente della Lombardia Fontana, con l’avallo di Zaia, Fedriga e Fugatti, infiammano lo scontro. I veleni nella chat del consiglio federale

Filippo Tosatto
Da sinistra Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga
Da sinistra Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga

I presidenti nordisti allo scoperto. Con Attilio Fontana, tosto nel sollecitare un passo indietro a Matteo Salvini: perché nel tempo il consenso elettorale è franato dal 34 al 5%; perché gli inquieti militanti della Lega esprimono «un grande bisogno di rinnovamento»; perché il rilancio del partito è diventato «prioritario» per le sorti dell’intera coalizione di centrodestra. Un messaggio che non ammette equivoci, quello affidato dal governatore lombardo al Corriere della Sera. Discusso e concordato, fin nei dettagli, con i partner della fronda: il veneto Luca Zaia, Massimiliano Fedriga del Friuli Venezia Giulia, Maurizio Fugatti del Trentino, il capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo e, defilato appena, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.

Tappa d’avvicinamento

Una tappa d’avvicinamento alla formazione del nuovo movimento «federalista e liberale» evocato dallo stesso Fontana su diretta suggestione zaiana. Un’aggregazione riformista concepita come «pluralità di persone di diversa estrazione culturale» un’agenda inclusiva di valori e traguardi quali l’evoluzione autonomista dello Stato, l’europeismo dei popoli, la politica di sviluppo, i diritti civili.

Più che uno strappo congressuale o una spallata al “cerchietto magico”, il progetto suggerisce un soccorso liberal al Carroccio, sbandato malamente nella rincorsa all’estrema destra. Con declinazioni regionali, perché no. Condivise, si vocifera, dai consiglieri fedeli al Doge (Sonia Brescacin, Francesco Calzavara, Cristiano Corazzari, Elisa De Berti, Manuela Lanzarin), potenziali artefici di un nuovo gruppo in seno alla maggioranza.

Il silenzio

Al riguardo, colpisce il silenzio dei frondisti, fin troppo unanimi nell’opporre il no comment nell’attesa messianica di una svolta. Decisamente più loquaci, i supporter del Capitano. È il caso dell’europarlamentare Paolo Borchia, che ha lavorato al suo fianco per anni: «L’anno scorso, al congresso di Firenze che gli ha rinnovato la fiducia all’unanimità, Matteo ha annunciato che porterà a termine il mandato e nel 2029 non si ricandiderà. Credo rispetterà l’impegno e d’altronde, a dispetto di tante critiche feroci, ad oggi non si intravedono candidati alternativi. Zaia? Mi piace molto in veste di amministratore ma non mi sembra sia in lizza. Quanto alle indiscrezioni circa un nuovo movimento, sono a dir poco perplesso: un partito nel partito non funziona e mi chiedo perché il progetto non sia stato discusso in consiglio federale».

Il veronese, segretario provinciale del Carroccio, invoca una tregua: «Gli altri nascondono la polvere sotto il tappeto, noi esasperiamo i contrasti. Trasformare Salvini in capro espiatorio mi sembra ingeneroso e poco razionale. Semmai, valutiamo con serenità un percorso graduale per rafforzare la squadra, senza scosse né veleni, nel rispetto reciproco».

Analoghe le considerazioni di Anna Maria Cisint, deputata del Friuli Venezia Giulia a Bruxelles: «Ho sempre sostenuto Fedriga, lo stimo moltissimo, al pari di Zaia. Attenzione, però, non sempre le sue posizioni coincidono con quelle di Fontana. Dimissioni? Salvini viene rappresentato abbastanza male, da sindaco io l’ho sempre trovato attento e disponibile, il congresso l’ha acclamato e nessuno ha mosso obiezioni, a chi inveisce ogni giorno sui media suggerirei di lavorare di più e parlare di meno».

E la caduta libera nei sondaggi?

«Non va ignorata, ed è legittimo criticare nel merito delle questioni. Ma nelle sedi adeguate e alla scadenza naturale della segreteria, quando tutti insieme tireremo le somme: la gente ci chiede risposte, non certo rese dei conti».

I veleni

Venenum in cauda. Nella chat del consiglio federale di via Bellerio, a larga prevalenza salviniana, le reazioni irritate alla sortita di Fontana si sprecano.

«C’è chi insegue un obiettivo di garanzia personale, magari per arrivare a Roma, tanto bistrattata e tanto cercata», punge il vicesegretario Claudio Durigon, convinto che una narrazione finalmente vincente richieda «una finanziaria favorevole ai cittadini, non alle regole europeiste che hanno ingessato tutto e indebolito i ceti produttivi, a noi cari e da difendere». «Se soltanto si dedicasse all’impegno sul territorio anche solo la metà delle energie spese in chiacchiere e pettegolezzi. ..», fa eco il tesoriere Alberto Di Rubba, eletto alla Camera nelle suppletive del Polesine.

«Dentro Forza Italia si stanno ammazzando, ma non esce neanche una parola, qui invece è la rissa quotidiana», lamenta l’onorevole Simona Loizzo. Commenti inviperiti, sì. Che, en passant, attribuiscono al leader contestato opinioni difformi circa lo spessore dei suoi critici: «Un conto è Zaia che ha un suo peso specifico e si batte per il testamento biologico e altre leggi che non appartengono al Dna della Lega. Altra storia è Fontana che era il nulla prima di Salvini, ha ottenuto due mandati da governatore grazie a lui e adesso dice che deve farsi da parte: delle sue accuse, Matteo se ne infischia, del resto è quello che ai tempi del Covid non sapeva neanche mettersi la mascherina».

Che altro?

Se in prospettiva 2027 il premier Giorgia Meloni guarda con ansia crescente alla crisi dell’alleato, i tormenti padani suonano musica alle orecchie di Futuro Nazionale, che a Nordest moltiplica iscritti e circoli attingendo a piene mani allo scontento leghista. «Fontana, Romeo, le vostre uscite producono un unico risultato, quello di farci perdere voti e credibilità in favore di Vannacci, il generale vi sarà grato», chiude il deputato Gianpiero Zinzi.

Non sarà l’ultima parola.

Riproduzione riservata © il Nord Est