L’Islanda di fronte al bivio Ue, l’abbraccio a Bruxelles per sfuggire a Trump e Putin
Il 29 agosto sull’isola si vota per la ripresa o meno dei negoziati per l’adesione all’Unione

Il clima è cambiato, anche dalle parti del circolo polare artico tira un’aria tiepida di eurodisgelo. Il 29 agosto gli islandesi andranno alle urne per rispondere “sì” o “no” a una domanda semplice quanto gravida di conseguenze potenziali per il loro Paese: “I negoziati per l’adesione all’Unione Europea devono continuare?”.
La storia
La cronaca ricorda che Reykjavík ha presentato la richiesta nel 2009, ma dopo aver chiuso undici dei trentatré capitoli dell’intesa nel 2015 il dialogo è stato archiviato per mancanza di consenso. A quel punto, i sondaggi assicuravano che la maggioranza era per restare fuori e che i favorevoli navigavano intorno al 30 per cento. «Tutta colpa del pesce», protestavano i fautori dell’accordo.
Il Covid, poi l’aggressione russa in Ucraina, la disordinata politica estera con cui Donald Trump tenta di riscrivere gli equilibri delle relazioni internazionali e la sua voglia inconsulta di Groenlandia, hanno riorientato gli umori. I pro-Ue pesano metà popolazione, mentre i contrari non risultano arrivare al 40 per cento. L’esito della consultazione di fine estate è incerto, nonostante tutto. Eppure la Terra del Ghiaccio, così battezzata nel IX secolo da un esploratore norvegese, è vicina all’Unione quanto non lo è mai stata.
In realtà, i quattrocentomila islandesi hanno già più di un piede nel patto a dodici stelle. La vulcanica isola dei geyser è dal 1994 nello Spazio Economico Europeo, come Norvegia e Liechtenstein, per godere della libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali. Fa parte dell’area Schengen, ha firmato un partenariato di Difesa e un accordo di Cooperazione Giudiziaria con procedure di estradizione semplificate, modellate sul mandato d’arresto europeo.
I nodi
Sino a oggi il rifiuto della piena adesione è stato legato principalmente a merluzzi, sgombri, aringhe e simili, secolare fonte di dissidi (e conflitti anche recenti) soprattutto coi vicini di sponda britannici. Come Davide contro Golia, i pescatori islandesi sono adusi a sfidare inglesi e scozzesi al grido di in cod we trust. L’hanno sempre spuntata. Del resto, il pesce vale il 12 per cento del Pil nazionale. Non potevano mollare.
Gli equilibri
Gente decisa e abituata al clima avverso, nella costituzione non hanno scritto i principi necessari per dichiarare una guerra, tuttavia questo non ha impedito loro di aderire alla Nato e affidarle il compito di occuparsi della Difesa.
Avamposto
Nell’immediato secondo dopoguerra, la loro terra era un avamposto americano nella guerra fredda con la Russia e il summit tenutosi a Reykjavík nel 1986 fra Ronald Reagan e Michael Gorbaciov è considerato un passaggio chiave nella rivoluzione che ha portato alla fine dell’Unione sovietica. Washington ha rinunciato alla presenza formale nel 2006, sebbene la penisola di Keflavík sia utilizzata come appoggio dalle forze a stelle e strisce. Si è insomma vissuto in equilibrio sino a che l’imperialismo putiniano ha aumentato la pressione sui confini occidentali dell’Europa e il rieletto Trump ha preso a dire troppe volte «Islanda» al posto dell’agognata Groenlandia, lapsus quantomeno ambiguo. I dazi hanno colpito duro. Risentimento e sospetti hanno inquinato il clima.
Le prospettive
«Il referendum serve a decidere se dobbiamo riprendere il negoziato con Bruxelles», assicura la 38enne premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir. «L’adesione garantirebbe stabilità economica e sicurezza in un contesto geopolitico turbolento – aggiunge la responsabile degli Esteri, Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir, ex giocatrice di pallamano, leader del partito liberale Rinascita –. Qualche volta non devi farti guidare dai sondaggi, ma condurre tu stesso». Per l’ultima rilevazione Gallup il 52 per cento delle intenzioni di voto va verso il “sì” e il 48 per cento è contrario; a spanne, il sentimento pro-Ue è più a sinistra, quello sfavorevole è a destra. Partita aperta, si vede.
Le geometrie
I pro-Ue ricordano che il 62 per cento dell’export di Reykjavík vola verso la comunità e che una maggiore integrazione darebbe evidenti vantaggi. Il dopo Brexit, l’assenza del Regno Unito potrebbe rendere più facile l’intesa sulla pesca. Per questo, Bruxelles spera in un ravvicinamento, magari con la possibilità di chiudere tutti i capitoli entro l’anno. Mentre si trova a proteggersi dai malmostosi schizzi interni dei sovranisti e delle parti estreme, essere scelta come garanzia dagli islandesi sarebbe per l’Unione una medaglia preziosa, come la convergenza che si profila per il negoziato con l’Ucraina appena aperto. Le geometrie stanno variando. Ancora di più, se una decisione positiva trainasse l’altro grande attore nordico, la Norvegia.
Il dibattito
A Oslo il dibattito sta decollando. Ine Eriksen Søreide, da poco leader del partito conservatore norvegese, oppositore del governo laburista in carica, spinge per riesumare il negoziato con l’Ue affondato da un referendum nel 1994. Vuole giocarsela anche lei. La maggioranza in carica è grosso modo pronta e si confronta. Come succede a Reykjavík dove la superstar Bjork, in genere cauta con la politica, durante la tremenda crisi finanziaria del 2008, quasi mortale per l’isola, proclamò «aderiamo subito!» (poi basta, però). I pescatori fremono. I populisti del Partito Popolare continuano a far leva sull’identità senza essere compatti. L’adesione filtrerà per le reti da pesca e dovrà vedersela con l’ombra lunga della Saga di Njáll, memoria storica nazionale con la sua antica legge dell’onore.
La possibile svolta
La differenza, però, finiranno per farla altri due aspiranti eroi, Trump e Putin, pertanto a spingere gli islandesi fra le braccia del “potere morbido” europeo, più che la passione, potrebbe essere la paura. Non è molto, non è poco. E comunque sarà il popolo a essere sovrano.
Riproduzione riservata © il Nord Est








