I vice Salvini e Tajani, il referendum: le tre spine per Meloni nel 2026

Alto consenso, conti pubblici a posto, immagine internazionale: la premier appare senza rivali. Ma le lotte dentro Lega e Forza Italia e la Giustizia sono variabili insidiose

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni fra i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini
La premier Giorgia Meloni fra i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini

Tre punti fermi – alto gradimento, conti pubblici a posto e brillante immagine internazionale; un punto interrogativo – il referendum di marzo sui giudici; e due punti da decifrare, le sorti dei suoi compagni di strada, Matteo Salvini e Antonio Tajani, entrambi alle prese con fronde interne foriere di guai, anche per il governo.

Sono queste le basi di partenza con cui Giorgia Meloni si appresta ad affrontare il nuovo anno, che come lei stessa ha ammesso, sarà più difficile di quello appena chiuso.

Una variabile pericolosa

Ciò che prudentemente la premier non esterna è che vi sia questa variabile pericolosa con cui misurarsi, di entrambi gli alleati sotto processo nei rispettivi partiti: uno strattonato dal “fronte del nord”, ovvero Salvini, in una Lega per giunta a rischio scissione per mano di Vannacci; e l’altro, Tajani, alle prese con una inedita lotta di potere interna a Forza Italia: sfidato dai Berlusconi a caccia di giovani e da un competitore navigato come il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, che ambisce a conquistare la leadership degli azzurri.

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Carlo BertiniCarlo Bertini

Due grane potenzialmente di prima grandezza per Giorgia, anche se allo stato sono solo una delle tante incognite della politica, cui la premier si dedicherà il giusto, senza immischiarsi troppo. Ma sapendo che sarà costretta a modulare la sua azione, nel day by day, per puntellare la tenuta dei due vicepremier.

Salvini e il fronte Nord

Il primo Salvini, apparentemente saldo al suo posto, anzi rafforzato dalle ultime circostanze del destino, prima tra tutte una vittoria di dimensioni insperate in Veneto; poi l’assoluzione nel processo Open Arms, da cui è uscito a testa alta per aver difeso i confini patri; e infine le pensioni difese dai pericoli della navigazione parlamentare della legge di bilancio, nonché i condomini protetti da aumenti dei costi.

Ciò malgrado, attaccato dagli “autonomisti” del Carroccio, quelli col marchio Zaia, che non mandano la linea sovranista e anti-Ue del Capitano. Come dimostrano le uscite in sequenza dei governatori, in ultimo quella del presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga sulla “pace giusta” e i diversi approcci da riservare ad aggredito e aggressore: musica non proprio celestiale alle orecchie del Capitano.

Il quale però può avvalersi di una corrente pacifista agguerrita, se si perdona l’ossimoro, con un apripista come Claudio Borghi deciso a non votare il decreto prossimo venturo in Senato su nuovi invii di armi a Kyiv. Il che, se da una parte farà piacere a Salvini per bilanciare la conflittualità interna, dall’altra lo esporrà a nuovi attacchi dal centro del suo partito.

Dunque sarà giocoforza più nervoso e incline a spostare i riflettori lontano dalle beghe di via Bellerio, tirando i freni a ogni tornante e alzando la voce. Senza escludere poi il vero pericolo che incombe: una emorragia di quadri e dirigenti verso sponde più sicure, visto che molti si sognano la rielezione nel 2027 col Carroccio e la tenteranno magari con una lista Vannacci.

Fantasma, quello di un nuovo nemico a destra, che turba anche i sonni di Meloni. Per non dire infine del ruolo da assegnare in fretta a Luca Zaia, altra mina vagante.

Tajani e i pretendenti

Per Tajani la situazione è se possibile più ostica, in quanto allo spuntar di un concorrente armato all’orizzonte fa di solito seguito l’ingresso da dietro il sipario di altri pretendenti al trono fino a quel momento silenti. E di altri portatori di interessi, a quel punto spinti a farsi avanti. E che tutto ciò affiori sul proscenio della sonnolenta scena politica italiana, proprio nell’ultimo miglio prima delle politiche, certo non fa piacere a Giorgia Meloni.

Forte però, come si diceva all’inizio, dei tre punti fermi che la puntellano al terreno: sondaggi che le prospettano un futuro sempre radioso (grazie anche ad un’alternativa ancora non pervenuta), spread da far invidia ai francesi (grazie ad una finanza pubblica in ordine); e un posizionamento ottimale nel campo di gioco europeo e anche internazionale, grazie alle sue capacità manovriere (che la portano a unirsi al summit dei “volenterosi” il sei gennaio) e al debole che ha Trump per lei, come dimostrano i dazi annullati sugli spaghetti. Il che di questi tempi, con un’economia stagnante e un Pnrr in via di chiusura, non è poco.

Il referendum

E veniamo al punto interrogativo, il referendum sulla separazione delle carriere. Se lo vincesse, vento in poppa; se lo perdesse, sapendo che si tratterà di un giudizio sul suo operato, Giorgia dovrebbe come minimo rinunciare al sogno del premierato e condurre una navigazione low profile fino alle Politiche: dovendo contenere un partito sugli scudi, ferito dalla sconfitta (Forza Italia) e le opposizioni ringalluzzite come un De Minaur qualunque contro un Sinner azzoppato sul campo.

Per questo la premier fa gli scongiuri sperando che Trump convinca Putin a fermare il conflitto. Se succedesse il miracolo, ai tre punti fermi Meloni ne aggiungerebbe un altro a doppia carica: avere più risorse da spendere nella legge di bilancio elettorale del 2027 sottraendole alla spesa per armi all’Ucraina; e avere un Salvini silenziato nella sua campagna pacifista. Una dote niente male.

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