Stop di La Russa e Meloni a Vannacci: i retroscena

Il presidente del Senato e la premier sono in sintonia sul leader di FN: «Tajani non lo butto dalla torre, è risorsa di democrazia. Porta male dichiararsi la vera destra». Il centrosinistra prova a ricompattare il campo largo

Carlo Bertini
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa

«Non c’è niente da fare, è un professionista», sospira un senatore del Pd ascoltando l’autodifesa dell’avvocato La Russa – così si autodefinisce più volte – lesto nel ricordare i predecessori illustri, da Bertinotti a Fini, da Casini a Fanfani, che facevano politica eccome dai loro scranni istituzionali. E infatti quando il presidente del Senato sfodera la battuta «la gara con Vannacci su chi è più a destra la vinco a mani basse», subito l’atmosfera della paludata cerimoniale annuale di consegna del Ventaglio si fa più frizzante.

Vannacci scaricato

Ore 11, 30, sala Koch di Palazzo Madama, posti in piedi, pienone di giornalisti e di capigruppo dell’opposizione accorsi a godersi lo spettacolo. Perché il gigionismo non fa difetto a Ignazio. Capace come pochi di non deludere le platee, tanto da disegnare uno scenario già evocato dalla leader di FdI in un’intervista al Giornale, ma a tinte più forti. Quello di un Vannacci scaricato al suo destino, fuori dal perimetro della coalizione di centrodestra.

Pensiero condiviso con la premier Meloni, che ne parla apertamente nei suoi colloqui privati: perché convinta dai suoi strateghi che inglobare Fn farebbe perdere più voti di quelli incassati. Con una trasfusione di sangue elettorale nelle vene del generale, a scapito dei due partiti di destra; associata a una fuga di elettori moderati di Forza Italia verso lidi sconosciuti. Quadro preoccupante, al pari della difficoltà di governare sotto il giogo dell’ex incursore della Folgore, apertamente filo-russo, anti ucraino e anti europeo.

La Russa: «Salvo Tajani»

Dunque è evidente che tra il presidente del Senato e la presidente del Consiglio vi sia sintonia, diversamente sarebbe singolare che La Russa non si tiri indietro nel gioco della torre: dichiarando che «tra Tajani e Vannacci salvo Tajani».

Facendo risuonare nella sala Koch lo stridìo della saracinesca della coalizione che si chiude in faccia al generale. E chiarendo che «Tajani non lo butto mai dalla torre perché è una risorsa della democrazia».

Ergo, Vannacci non lo è, anzi è una risorsa della sinistra. Come lo fu Pino Rauti, fondatore di un suo partito nel momento in cui Fini diede vita ad Alleanza nazionale con la svolta di Fiuggi. Che raccolse una dignitosa manciata di voti, sufficienti «a far perdere la destra alle elezioni».

Ecco l’evocazione dell’intelligenza col nemico. Un anticipo della campagna per il voto utile contro Vannacci, che farà lo stato maggiore di Fratelli d’Italia?

Una sirena a Calenda per comprarsi in cambio i voti di Azione? Può darsi, a meno che la crescita di Fn e lo svuotamento della Lega non si riveli a ottobre un’impennata tale da rivoluzionare il quadro politico a destra.

E che vi sia questa preoccupazione lo si deduce dal tono dell’altolà pronunciato da La Russa, che dispensa un consiglio per il futuro al generale nella forma di un avvertimento: «Deve stare attento perché porta male dichiararsi la vera destra, guardi ai casi di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale... non sono finiti bene», scandisce perfido Ignazio. E il suo timbro di voce cavernoso risulta ancor più minaccioso mentre cita pure Forza Nuova e Casapound, che pescano nello stesso bacino e non sono mai decollati.

Ma fuori dal politichese, c’è anche il merito che allontana una possibile convergenza. Un caso per tutti è il femminicidio, reato che il presidente del Senato difende senza remore, a dispetto della bocciatura senza appello pronunciata dal generale. Così come da avvocato definisce «giusta la sentenza di condanna per il gioielliere Roggiero, anche se troppo elevata la pena», proponendo una legge che mitighi le colpe per eccesso colposo di legittima difesa.

Niente peli sulla lingua, una difesa a oltranza della legge elettorale, delle preferenze, delle misure securitarie. E un piacere non dissimulato di fare politica a tutto campo, uscendo dal recinto istituzionale. Rendendo pubblico ciò che riecheggia in questi giorni nei palazzi del potere: che Giorgia ha deciso di non imbarcare Vannacci, facendolo fa sapere a tutti, Lega in primis, così da far regolare ognuno sulle proprie intenzioni. Una chiamata alle armi, sotto lo slogan niente porte aperte al generale, anche se ora è dato al 7 per cento.

Nuovo scenario

Il che di fatto cambia lo scenario futuro: senza Vannacci nel centrodestra, la partita si riapre, sondaggi alla mano il campo largo ritroverà una spinta a compattarsi, a corteggiare Calenda. I numeri sorridono, almeno sulla carta: di qui l’accelerazione di chi (nel giro di Schlein) spinge per primarie a ottobre, appena la nuova legge elettorale sarà approvata, per lanciare il “campo largo” in battaglia senza più indugi.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est