Borghi: «I ribelli nella Lega pensano solo alle liste, in passato espulsioni per molto meno»

Il senatore del Carroccio dopo le uscite di Romeo e Fontana: «È sempre possibile lasciare il partito, se qualcuno avesse voluto si sarebbe potuto candidare contro Salvini. E Zaia poteva diventare leader ma non ha voluto»

Laura BerlinghieriLaura Berlinghieri
Claudio Borghi in Senato (foto Ansa)
Claudio Borghi in Senato (foto Ansa)

L’uscita di Massimiliano Romeo e Attilio Fontana alla Versiliana per chiedere a Salvini un passo indietro, a favore di un leadership condivisa? «Soltanto un modo per piazzare gli amici in Parlamento». E comunque, «se vogliono, se ne possono andare e fondare un altro partito». Anche perché il passato del Carroccio è lastricato di espulsioni «per molto, moltissimo meno».

Così Claudio Borghi, di professione senatore della Lega. Soprattutto, tra i più fedeli al “Capitano” Matteo Salvini.

Borghi, ci dica la sua su quello che è successo alla Versiliana.

«Il Congresso è stato un anno fa e nessuno si è candidato come alternativa a Salvini, perché fare il segretario è un lavoro improbo, con un unico potere vero: fare le liste. È indicativo che l’uscita di Romeo e Fontana sia arrivata alla vigilia della campagna per le politiche».

Una battaglia per accaparrarsi questo compito?

«È esattamente questo. Senza tanti giri di parole, Fontana ha detto a Salvini di farsi da parte perché vuole essere lui a compilare le liste per le prossime elezioni, sostituendo i parlamentari attuali con se stesso e i suoi amici».

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Il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo e il presidente lombardo Attilio Fontana

Sarà pure così, in ogni caso la frattura è palese. Qualcosa dovrete pur fare.

«Ma in democrazia non funziona mica il metodo di Romeo e Fontana. Se così fosse, e Zaia o Fedriga dovessero diventare segretari, allora io sarei autorizzato a esautorarli il giorno successivo, semplicemente alzandomi in piedi e dicendo che quel nome non mi sta bene? Sono i congressi i luoghi delle scelte».

Torniamo allo stesso punto: la situazione è diventata insostenibile. O Salvini fa un passo indietro o i “dissidenti” se ne vanno: difficile immaginare soluzioni alternative.

«Se un militante non si riconosce più in un partito, è libero di andarsene. Anche se, finora, i fuoriusciti dalla Lega non hanno avuto una grande fortuna. Certo, mi chiedo cosa sia cambiato nel movimento rispetto al Congresso, quando tutti applaudivano Salvini».

Rispetto ad allora se n’è andato Vannacci. Ma quello che è imputato alla linea salviniana è l’allontanamento dalla natura di partito del territorio.

«Un paradosso, detto dal presidente e dal segretario di una regione che ha ottenuto cinque ministri su cinque. Compreso quello dell’Economia: amico personale, nonché concittadino, di Attilio Fontana».

Parallelamente, però, Salvini pone al vertice della sua agenda il ponte sullo Stretto di Messina.

«Che al momento non ha tolto un solo centesimo alla Lombardia. Parliamo di un’opera per la quale non è ancora stata posta la prima pietra. Sono tutte lamentele pretestuose».

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Torniamo alle parole di Romeo e Fontana: c’è chi, in passato, è stato espulso per molto meno.

«All’epoca di Bossi, altroché: per molto, moltissimo meno. Ma Salvini è un uomo inclusivo e preferisce il perdono. Non riuscirebbe ad allontanare persone con cui ha condiviso anni di battaglie. È un buono, forse troppo».

Lei agirebbe diversamente?

«Io non farei mai il segretario federale».

E Zaia? È acclamato da molti.

«Ma non mi risulta abbia mai espresso il benché minimo interesse per ricoprire quel ruolo. Eppure, di possibilità ne ha avute. E infatti, dopo le uscite di Romeo e Fontana, non si è espresso. È un bravo amministratore, lo vedrei bene come futuro presidente del Veneto, dopo il secondo mandato di Stefani».

Quindi lo lasciamo in Veneto?

«Ma anche a Roma. Penso che nessuno avrebbe nulla da ridire se, nel prossimo governo, dovesse essere nominato ministro. Segretario federale, però, no: non gli interessa».

E Fedriga?

«Vale lo stesso ragionamento fatto per Zaia. Un governatore confermato dai cittadini a suon di voti, che ha fatto bene il suo lavoro».

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Fontana, Zaia e Fedriga

Ma secondo lei c’è qualcosa che non va nella Lega?

«Certo. Se ci sono esponenti di spicco che, anziché dare risposte ai cittadini, perdono tempo con le beghe interne, allora è evidente che qualcosa non funzioni».

La Lega perde voti: per questo c’è chi dice che il partito non funziona più.

«Ma sappiamo tutti da dove è iniziata la nostra discesa: con l’appoggio al governo Draghi. Lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando ancora. Una scelta di cui, curiosamente, i maggiori sponsor furono proprio i governatori».

Il leader del partito, però, era Salvini.

«E ovviamente la responsabilità di quella scelta è anche sua, ma è una decisione che ha subìto. Me li ricordo bene i presidenti di Regione, che insistevano, dicendo che le categorie non ci avrebbero mai perdonato il mancato sostegno al nuovo esecutivo. E infatti gli unici a non appoggiarlo furono i Fratelli d’Italia, che ora sono il primo partito in Italia».

E poi c’è Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: la preoccupa?

«Lo conosco, figuriamoci se mi preoccupa. Mi dispiace, perché lo ritenevo un valore aggiunto per la Lega. Ma se pensa di veicolare la sua proposta politica con video ambientati nell’Impero romano, dubito che andrà molto lontano. Soprattutto, vedendo la gente che ha imbarcato».

Riassumendo: dentro la Lega i problemi ci sono, per sua stessa ammissione. Il futuro è un’incognita. Cosa fare, per il partito?

«La gente non capisce perché, nell’ambito della coalizione, votiamo provvedimenti ai quali, in campagna elettorale, eravamo contrari: penso alle armi per l’Ucraina. Ecco, in vista delle prossime elezioni, dobbiamo essere più chiari anche con i nostri alleati. Dire quali sono i nostri punti non negoziabili».

E con Romeo e Fontana (e con gli chi va dietro)?

«Le porte della Lega sono sempre aperte. In un senso e nell’altro».

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