Ciriani: «Il referendum avrà comunque un valore politico»
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento: «Il clima di scontro è stato alimentato dall’Anm, anche se le uscite di Nordio e Bartolozzi non hanno aiutato il Sì»

«Questa campagna è cominciata molto male, con un atteggiamento di durissima contrapposizione al quesito referendario dell’Anm, che si è messa in totale contrasto con il governo e con il ministro della Giustizia».
Luca Ciriani, ministro dei Rapporti col Parlamento ed esponente di primo piano di FdI, si augura che da lunedì il clima possa migliorare e assicura che «il governo farà uno sforzo in tal senso», ma attribuisce ai giudici la colpa di aver cominciato il bombardamento che ha esacerbato il clima della maratona pre-referendaria. «È questo che ha mandato tutto in tilt: i binari del confronto a quel punto sono saltati».
Ha fatto però effetto che il giorno dopo l’appello di Mattarella a evitare scontri tra le istituzioni – causato dalle frasi del ministro Nordio sul «sistema paramafioso» del Csm per le nomine – anche la premier abbia speso parole non propriamente concilianti verso i magistrati.
«Ma guardi, tenendo fuori Meloni che ha solo elencato casi deplorevoli, da quella iniziale rigida presa di posizione dell’Anm, è stato un susseguirsi di colpi e di reazioni, che non aiutano neanche la causa del Sì. Perché sono convinto che abbiamo ottime ragioni per sostenere il quesito referendario e che buttarla in rissa non ci aiuta».
Per essere espliciti, intende dire che non hanno aiutato certe uscite di Nordio e della sua capo di gabinetto, giusto?
«Alcune uscite non le ho condivise nel metodo e nel merito e servono solo a chi, dalla parte del No, vuole nascondere nella confusione la debolezza delle proprie argomentazioni».
E del vostro senatore Zaffini che paragona la magistratura a un cancro che ne pensa?
«Fa parte della numerosa serie di uscite debordanti e sopra le righe».
Da lunedì farete qualcosa per ricucire con la magistratura?
«Assolutamente sì. Non consideriamo i magistrati nemici della politica, perché svolgono un ruolo fondamentale nel paese e hanno pagato un prezzo altissimo alle istituzioni democratiche con la lotta alla mafia, alla corruzione e al terrorismo. Il problema è fronteggiare una deriva correntizia e partitocratica della magistratura che non rende merito alla stragrande maggioranza dei giudici. Quindi se vincerà il Sì, dopo si aprirà un tavolo per un confronto civile sulle regole applicative. E anche per le liste dei membri del Csm sorteggiati dalla politica si applicherà la regola della maggioranza dei tre quinti del parlamento, coinvolgendo tutti».
La premier voleva evitare di politicizzare questo voto ma allora perché si è esposta così in questi ultimi giorni?
«Perché la riforma l’ha fortemente voluta il governo e non ci possiamo nascondere di fronte alle responsabilità di una scelta che sosteniamo. Più che la politicizzazione, abbiamo cercato di sottolineare il merito di una riforma attesa da decenni, specie nella parte della separazione delle carriere, che è nel bagaglio politico del mondo liberal radicale, della sinistra liberale e non solo. Insistiamo sul merito, per invitare a non farsi ingannare da chi vuole trasformare questo voto in un referendum sul governo Meloni. Chi lo fa alla fine non ne avrà alcun vantaggio».
Vuole sostenere che se vince il No, il governo non subirà dei contraccolpi e non ci saranno riflessi politici?
«Il governo intende proseguire fino alla fine della legislatura e verrà giudicato sul complesso della sua attività. Ma nel merito continuo a dire che è un’occasione storica per l’Italia e votando No si fa un danno al paese ma non al governo Meloni».
Dica la verità; senza il traino della leader di Fdi, temevate di non riuscire a portare alle urne il vostro elettorato, o no?
«Certo, la sua presenza e il fatto che ci metta la faccia è segno dell’importanza dell’appuntamento e che noi di Fdi sosteniamo convintamente la riforma. Tutto il nostro impegno è per informare bene la gente e per convincerla ad andare a votare per modernizzare il nostro sistema giudiziario e non per porre la magistratura sotto il controllo della politica. Molti di noi sono entrati in politica sull’esempio di Falcone e Borsellino, figuriamoci se vogliamo imbavagliare i giudici. Vogliamo una giustizia più moderna e meritocratica, che metta il cittadino alla pari con chi sostiene l’accusa. Grazie a questa riforma ci auguriamo che molti meno processi finiscano nel nulla e che con l’alta corte disciplinare si limiti l’impunità dei magistrati che sbagliano o che non lavorano».
Anche l’appello di Confindustria e delle categorie imprenditoriali è mosso dal timore di una scarsa partecipazione che possa avvantaggiare il No?
«La leggo come una presa di coscienza che questo appuntamento riguarda la giustizia italiana e la possibilità di renderla migliore, con un vantaggio anche per il cittadino imprenditore, quindi ben venga questo appello che ho molto apprezzato».
La Russa dice che se ci sarà una bassa affluenza il valore politico del risultato sarà relativo. Un modo per mettere le mani avanti?
«L’importante è che la gente vada a votare, il valore politico esiste a prescindere. Sarebbe un grave peccato comunque, vinca il sì o vinca il No, se ciò avvenisse con una partecipazione molto bassa. Più che di una cifra del 40 o 50% dei votanti come quelle evocate dal presidente La Russa, mi preoccupo che ci sia poca partecipazione e che il valore politico del risultato possa essere un domani messo in discussione da una scarsa affluenza».
Se vincerà il Sì farete subito la nuova legge elettorale?
«La faremo comunque, anche perché ne serve una diversa da quella attuale nata per impedire a chiunque di governare. E su questo spero che il centrosinistra dopo il referendum possa con maggiore serenità accettare che serve una nuova legge che garantisca a chiunque di governare dopo le elezioni. Per aprire un tavolo di dialogo, serve però essere almeno in due. Ma temo che su quel fronte comandi ancora una volta Conte e non la Schlein, come dimostra il rifiuto di sedersi ad un tavolo comune per seguire gli sviluppi del conflitto mediorientale».
Ultima cosa: con chi si schiera nella querelle tra Pietrangelo Buttafuoco e il ministro Giuli sul padiglione russo alla Biennale?
«Guardi, io sono un amante della cultura e dell’arte e riconosco il valore di quella russa, ma a malincuore credo che abbia ragione il ministro Giuli. In questo momento quel padiglione sarebbe solo uno strumento di propaganda della Russia di Putin. Sarebbe un cavallo di Troia per propagandare le tesi del Cremlino in un contesto in cui l’occidente deve dimostrare di essere coeso. Quindi non è il caso di ospitarlo».
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