Questa riforma è un atto di sfiducia nella magistratura

Le ragioni del No: «C’è il rischio che giudici e pm, per ritrovare credibilità, non abbiano altra scelta se non quella di rifugiarsi sotto le insegne dei partiti. E la separazione delle carriere non fa che da specchietto per le allodole»

Tiziana Parenti* e Mario Patrono**

Questo referendum altro non è se non il tentativo di mettere la magistratura alle dipendenze della Politica. Qui occorre essere chiari. Attraverso il referendum “sulla giustizia” il governo Meloni chiede una cosa e ne vuole un’altra. Chiede la convalida popolare della scelta fatta in Parlamento a favore della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Vuole in realtà indebolire l’indipendenza dei giudici nell’interpretare e nell’applicare le leggi.

Ora, che il referendum “sulla giustizia” chiami gli aventi diritto al voto a dire “Sì o No” alla separazione delle carriere, e che a questo si riduca il senso del prossimo referendum, non corrisponde al vero.

La verità è invece che nella gestione politica del referendum la separazione delle carriere non fa che da specchietto per le allodole, un argomento tanto suggestivo – l’arrendevolezza del giudice di fronte al “collega” pubblico ministero, la quale arrendevolezza, minando la parità tra accusa e difesa nel processo, va a scapito dell’imputato – quanto (tutto sommato) futile: già oggi il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione dell’imputato, segno che questa (presunta) arrendevolezza dei giudici non esiste, e che comunque giudice e pubblico ministero resterebbero “colleghi” anche dopo la riforma, dato che la riforma non mette in discussione il fatto che continuano entrambi ad appartenere a quello stesso ordine giudiziario che l’articolo 104 della Costituzione vuole “autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

Enzo Cheli, insigne giurista, spende al riguardo parole sagge: «La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era già stata avviata da una legge ordinaria con la recente riforma Cartabia, e bastavano poche norme, sempre ordinarie, per completarla. Perché mettere in gioco oggi norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale del potere giudiziario?».

Del resto, non si avrebbe questo clima da duello rusticano di tutti contro tutti che infiamma il dibattito intorno a questo referendum “sulla giustizia”, se dietro al paravento della separazione delle carriere non vi fosse qualcosa di più profondo e quasi esistenziale. Vediamo di che cosa si tratta.

La scheda contiene non già una sola, ma ben quattro domande tutte difficilmente intellegibili dal grande pubblico, a ciascuna delle quali è comunque possibile dare una risposta differenziata: Si a una, No a un’altra.

Le domande sono queste:

1) conviene, sì o no, separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri?

2) conviene, si o no, dividere l’attuale organo di governo del potere giudiziario, il CSM, in due distinti CSM, uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Capo dello Stato?

3) conviene, sì o no, che i membri “togati” dei due CSM siano scelti per sorteggio, invece che essere eletti dall’insieme dei magistrati, come è avvenuto finora?

4) conviene, sì o no, costituire un’Alta Corte di Giustizia, composta insieme da giudici e da pubblici ministeri, oltre che da “laici”, competente a giudicare degli illeciti disciplinari dei magistrati, sui quali ha finora giudicato la Sezione Disciplinare del CSM?

Sono quesiti che creano disparità di vedute perfino presso quei pochi addetti ai lavori – magistrati, avvocati, professori di diritto – che sono in grado di padroneggiarli nel loro significato.

Così il grande pubblico, digiuno dei vari risvolti tecnici che si nascondono in ciascuna delle domande di cui si compone il quesito referendario, alla fine si ridurrà a votare pro o contro la Magistratura, additata all’opinione pubblica come la sola, come la vera responsabile dei gravi malanni di cui soffre la macchina giudiziaria. Pertanto, chi la ritiene colpevole vota Sì, chi la pensa diversamente vota No.

Qui una premessa è d’obbligo. La credibilità della Magistratura, elemento essenziale affinché il potere giudiziario possa svolgere il suo ufficio in modo indipendente da ogni altro potere, deriva dalla fiducia dei cittadini. L’eventuale vittoria del Sì, non importa se di larga o di stretta misura, avrebbe il valore di un atto di sfiducia popolare nei confronti della Magistratura. La quale, in tal modo, pur di ritrovare una credibilità che le è pur necessaria, non avrebbe altra scelta se non quella di rifugiarsi sotto le insegne dei partiti di governo, forti del consenso elettorale.

Tutto questo però ha un prezzo, la rinuncia all’indipendenza da parte dei giudici e dei pubblici ministeri, i quali si vedrebbero a quel punto costretti a porsi in sintonia con gli orientamenti interpretativi delle leggi e degli accordi internazionali dettati ogni volta dall’Esecutivo. A un tale prezzo se ne aggiunge un altro conseguente al primo: finirebbe per affievolirsi la difesa in giudizio nei confronti dei pubblici poteri. Sono cose che devono impensierire ciascuno di noi.

* avvocato, ex Pm del pool di Mani pulite, ex Presidente della Commissione Bicamerale antimafia

** prof Emerito di Diritto pubblico a "La Sapienza" di Roma, ex docente dell’Università di Padova ed ex componente del Csm

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