Referendum, Violante fa i conti: «Con il Sì 150 milioni l’anno di maggiori costi»

L’ex presidente della Camera: «Meloni non ascolta nemmeno il Capo dello Stato, la riforma crea una casta dei pm che verrà sottomessa alla politica»

Carlo BertiniCarlo Bertini
Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera
Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera

«Ma lo sa che se vincesse il Sì, per l’istituzione dei due nuovi Csm lo Stato dovrebbe spendere circa 100 milioni di euro?». Dopo che Giorgia Meloni ha detto cosa succederebbe se vincesse il No, a Luciano Violante, ex presidente della Camera ed ex magistrato, chiediamo cosa succederebbe se vincesse il Sì e dovesse essere applicata la riforma voluta dal governo. «Bisognerebbe far funzionare una macchina complicatissima. Il ministero dovrebbe emanare le norme di attuazione e si spera lo faccia di concerto con le opposizioni, trattandosi di organismo costituzionale. Ma poi: si devono trovare altri due edifici a Roma in cui collocare i nuovi organismi e attrezzarli adeguatamente. Poi procedere alla elezione dei loro membri: in quale modo non si sa, ancora non si è capito. I tre nuovi organismi dovranno stilare quindi il loro regolamento, occorrerà tempo e serviranno decine di milioni da destinare a questa operazione».

Addirittura?

«Eh sì, perché per l’avvio di ciascuno dei due nuovi organismi bisognerebbe impegnare circa 50 milioni di euro: andranno spostate circa trecento persone dalla pubblica amministrazione, andrà costruito un sistema informatico molto complesso, vanno diversificati i collegamenti digitali... insomma un dispendio notevole».

Il tutto per liberarsi dei giudici sgraditi al potere? Gli esempi sfornati dalla premier - immigrati illegali, pedofili, spacciatori rimessi in libertà – sembrano confermare che questa sia l’intenzione, o no?

«Mi hanno stupito quelle parole e sono forse frutto della stanchezza, tenendo presente che governare non è facile in questa situazione. Gli orientamenti di voto allo stato non sembrano favorevoli al Sì e questo fa comprendere meglio le uscite di Nordio e della sua capo di gabinetto, che rientrano in un quadro di estremizzazione del confronto».

Ma perché l’invito di Mattarella a non incendiare le istituzioni non ha avuto alcun seguito?

«Evidentemente c’è una tensione e preoccupazione talmente elevata da superare quella del presidente della Repubblica».

Forse Meloni punta sul fatto che i giudici in Italia non siano molto popolari...

«Vorrei fare una riflessione sulla giustizia italiana: noi abbiamo avuto 11 stragi, due tentativi di colpi di Stato, due opposti terrorismi che hanno causato 500 morti in Italia, 24 magistrati e 11 giornalisti uccisi. E a tutto questo ha fatto fronte la magistratura, con le forze di polizia. Prima di parlarne male, teniamo presente la nostra storia. Ciò non vuol dire santificare i giudici, ma bisogna guardare ai fatti: e non so se sia giusto, in un profilo di responsabilità istituzionale, provare ad allontanare i magistrati dalla nostra società. Una certa insoddisfazione è fisiologica, visto che un giudice ha di fronte due parti, ad una sola deve necessariamente dar torto e quella che è stata condannata forse vorrebbe vedere punito il proprio giudice. Bisogna però vedere quali siano punti di disfunzione della giustizia che danneggiano i cittadini».

Quali sono secondo lei?

«La lentezza dei procedimenti, la carenza degli organici e il sistema digitale che non funziona. Se si pone mano a queste tre carenze si può avere una giustizia più rapida ed efficiente, altrimenti no».

Ma se l’intento di questa riforma è togliere un potere assoluto ai pm, perché produce un effetto opposto?

«Francamente è un errore tanto grave quanto incomprensibile. Hanno costituito una casta dei pm che si governa da sola, si promuove da sola e si amministra da sola. E che manca di vincoli gerarchici, ha l’obbligatorietà dell’azione penale e la polizia giudiziaria alle proprie dipendenze. La separazione delle carriere è prevista in molti ordinamenti ma per evitare che il pm diventi quello che diventerebbe in Italia, lo stesso pm in questi paesi è sottoposto al controllo del governo e c’è la discrezionalità dell’azione penale».

E quindi viene da pensare che lo strabordare di questo potere giustificherà la sottomissione del pm al potere politico. O No?

«Preoccupazione già espressa da molti magistrati e rafforzata da tre elementi: Nordio che dice all’opposizione, “servirà anche a voi quando sarete al governo”; secondo, le dichiarazioni della sua capo di gabinetto, “liberiamoci di questa magistratura”; terzo: una legge elettorale che rischia di dare a chi vince i due terzi dei seggi. Tre elementi che disegnano appunto lo scenario che lei espone».

Ma il piano politico travalica quello di merito? Il voto referendario sarà giocoforza sul governo?

«In parte è inevitabile, ma negli incontri che faccio vedo persone che vogliono capire davvero come orientarsi. Ci sarà il voto per schieramento, ma non credo sia prevalente».

Se anche è un voto politico sul governo, come spiega che insigni intellettuali di sinistra, che hanno ricoperto cariche politiche - come Barbera, Ceccanti, Morando - fanno campagna per il Sì, limitando il loro giudizio solo sul merito della riforma?

«C’è l’idea che si possa scindere il testo dal contesto politico. Si vota però su un testo frutto di scelte di una maggioranza che non ha consentito un dialogo con l’opposizione ed ha impedito di presentare emendamenti anche ai suoi stessi partiti, per giunta in materia costituzionale: ebbene, a uomini di sinistra questo dovrebbe far nascere qualche preoccupazione».

Vista la trasversalità degli schieramenti, chi vincerà secondo lei?

«Non lo so, in ogni caso dopo bisognerà rimettere insieme i cocci, ricucire un tessuto. Per questo se vincesse il No, sarebbe utile che la sinistra riprendesse il tema delle due sezioni disciplinari del Csm, una per i pubblici ministeri e una per i giudici, che si potrebbe varare per legge ordinaria. Potrebbe essere una soluzione anche per recuperare un rapporto con una società divisa da questo voto».

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