Safari umani a Sarajevo, l’Austria decide di fermare le indagini: «Mancano le prove»
La Procura di Vienna archivia l’inchiesta su due presunti cecchini: non ci sarebbero gli estremi per continuare, almeno per i casi considerati

I safari umani a Sarajevo, protagonisti cecchini stranieri senza scrupoli che avrebbero pagato cifre ingenti per uccidere civili innocenti nella città assediata? Storia terribile ma con molte zone d’ombra. E un Paese europeo getta la spugna: non ci sarebbero prove sufficienti per continuare le indagini, almeno per i casi presi in considerazione dalla sua magistratura.
Si tratta dell’Austria, dove le autorità giudiziarie avevano avviato un’indagine sulla partecipazione di almeno due persone – un austriaco e un secondo rimasto non identificato – ai presunti safari condotti a Sarajevo, durante la guerra degli anni Novanta.
L'esistenza dell'inchiesta era venuta a galla lo scorso maggio, grazie alla risposta del ministero della Giustizia a un'interrogazione parlamentare presentata dall'ex ministra Alma Zadić. L’inchiesta era stata aperta dalla Procura di Krems, lo scorso aprile, appunto per verificare il potenziale coinvolgimento di austriaci nei presunti crimini, dopo l’emersione di indizi in questo senso su spinta di informazioni raccolte in Alto Adige.
Ma ora la Procura, d’intesa col ministero della Giustizia, ha deciso l'archiviazione: gli elementi raccolti non sono stati ritenuti sufficienti per il procedimento dell’inchiesta. Lo ha svelato il giornale austriaco Der Standard.
Le ragioni: i testimoni avrebbero parlato solo «per sentito dire». Inoltre il profilo di uno dei presunti colpevoli «non corrispondeva» a quello della persona indagata. E lo stesso, ai tempi del conflitto in Bosnia «non aveva risorse finanziarie» sufficienti per potersi permettere un viaggio a Sarajevo.
La doccia fredda arrivata dall’Austria sulla vicenda segue una serie di inchieste giornalistiche che, nei mesi scorsi, hanno sollevato dubbi sulla fondatezza di alcune ricostruzioni della vicenda.
La storia dei cecchini stranieri a pagamento era arrivata alla ribalta, ricordiamo, con il documentario Sarajevo Safari (2022), del regista sloveno Miran Zupanič, poi con il libro I cecchini del weekend di Ezio Gavazzeni e con un’opera sullo stesso tema del croato Domagoj Margetić. A luglio il portale Birn aveva però segnalato incongruenze nelle testimonianze circolate e sollevato interrogativi sulla possibilità che centinaia di stranieri avessero raggiunto le postazioni sopra Sarajevo durante l’assedio, pagando per poter sparare sui civili.
Dubbi erano stati espressi in precedenza anche da Michael Martens, autorevole corrispondente dai Balcani della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che ha messo in discussione fra l’altro la plausibilità di presunti trasferimenti aerei di cecchini da Trieste a Belgrado, alla luce dell’embargo internazionale contro la Serbia di Milošević imposto dalle Nazioni Unite nel maggio 1992.
Perplessità che erano state condivise dal famoso reporter Tim Judah, secondo il quale appare difficilmente credibile un fenomeno organizzato di massa durato anni.
A settembre anche la Wiener Zeitung ha dedicato al caso un documentario dal titolo eloquente: “Sarajevo Safari, come noi media abbiamo creato una storia che non esiste”. Resta tuttavia aperta la questione giudiziaria in altri Paesi, dalla Bosnia all'Italia, dove la Procura di Milano ha messo sotto indagine cinque persone, senza tuttavia raccogliere per ora, almeno a quanto riferito da Reuters a metà giugno, prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio.
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