Serbia, si amplia il caso Pegasus: «Spiati rettore e procuratore»
Non solo studenti, attivisti e rappresentanti dell’opposizione, almeno 14 persone colpite o prese di mira da sofisticati programmi di sorveglianza informatica. Ora emerge anche il nuovo caso del rettore dell’Università di Belgrado

Non solo studenti, attivisti e rappresentanti dell’opposizione, almeno 14 persone colpite o prese di mira da sofisticati programmi di sorveglianza informatica, tra cui il famigerato Pegasus. Ora emerge pure il caso del rettore dell’Università di Belgrado, da sempre in prima fila a fianco dei giovani che protestano.
E di un collaboratore senior della Procura serba per la criminalità organizzata (Jtok), che si teme esser stato bersaglio di un tentativo di spionaggio dopo aver lavorato all’inchiesta sul Generalštab, l’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo bombardato dalla Nato nel 1999, sulla quale area Jared Kushner voleva realizzare un complesso immobiliare a marchio Trump.
Si allarga, in Serbia, il potenziale scandalo legato a presunte intercettazioni di critici dell’attuale classe politica al potere. La nuova bomba è stata sganciata da Citizen Lab, organizzazione indipendente fondata per indagare su «minacce a democrazia, diritti umani e sicurezza globale nell’ecosistema digitale».
Con i colleghi serbi della Share Foundation, «abbiamo verificato» che anche «il professor Vladan Djokić, rettore dell’Università di Belgrado e influente sostenitore del movimento degli studenti, è stato colpito da un attacco nel 2026 attraverso lo spyware Pegasus del gruppo Nso», ha annunciato Citizen Lab. Non è finita. «Segnaliamo che anche Rade Bajić, un procuratore, ha ricevuto una Apple Threat Notification», notifica che suggerisce l’uso di «spyware come Pegasus» sul suo telefono – anche se la presenza di un software malevolo non è stata confermata. Pegasus che, ricordiamo, non è uno spyware qualunque.
Prodotto dall’israeliana Nso, è generalmente destinato solo a governi e agenzie straniere. E la stessa Citizen Lab, lo scorso settembre, aveva svelato appunto il caso dei 14 studenti e politici spiati, con alta probabilità sempre con Pegasus – rivelazione che aveva scatenato polemiche e la secca smentita delle autorità e dei servizi, a Belgrado. Anche l’Amnesty International Security Lab aveva denunciato però in passato che le «autorità» avrebbero usato strumenti forensi e spyware, come Cellebrite e NoviSpy, per monitorare «giornalisti e attivisti».
E ora si aggiungono i casi di Djokić e Bajic. Di «grave attacco alla mia privacy, alla mia sicurezza e all’integrità della carica di rettore», ha parlato Djokić, aggiungendo che si tratterebbe «dell’ennesimo tentativo di intimidazione, volto a soffocare qualsiasi posizione critica». Serve un’indagine «approfondita e trasparente», ha chiesto il rettore in una nota.
Di «scoperta inquietante» parla invece Bajić al Piccolo. «Ritengo di essere stato preso di mira da uno spyware proibito solo perché ho fatto parte del pool di magistrati che ha condotto le indagini sulla revoca dello status di “bene culturale vincolato” agli edifici dello Stato maggiore e del ministero della Difesa a Belgrado». L’inchiesta aveva portato a «depositare un atto di accusa nei confronti dell’attuale ministro della Cultura e di altri tre alti funzionari statali», spiega.
«L’unica conclusione logica» che discende dal caso Pegasus in Serbia «è che stiamo vivendo in un’epoca caratterizzata da una violenza pervasiva, orchestrata dall’apparato al potere contro ogni segmento della società».
Apparato che, temendo «un’applicazione rigorosa e intransigente della legge», avrebbe deciso di «sottoporre a sorveglianza illegale persino i membri della magistratura», sostiene Bajić. Che, infine, cita Falcone: «Capiremo che la mafia si è infiltrata nelle istituzioni statali quando saranno le istituzioni stesse ad attaccare la magistratura».
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