Dalla “rivoluzione dei fenicotteri” agli studenti: perché in Albania sono esplose le proteste
I disordini rischiano di mettere a repentaglio il percorso di adesione all’Unione europea. Ma il premier Rama ribatte: «Dietro c’è la mano straniera, non mi dimetto»

Prima, a partire dal maggio scorso, c’era stata la “rivoluzione dei fenicotteri”, cento e passa giorni di rabbiose proteste contro i controversi piani edilizi di gran lusso pensati dal genero di Trump, Jared Kushner – e fortemente sostenuti dal governo.
Ora, da più di una settimana, è esplosa pure la ribellione di giovani e studenti, infuriati e pronti a tutto pur di far valere le proprie ragioni. Dall’altra parte, c’è un premier sempre più sotto assedio, che accusa la piazza di essere manovrata dall’estero ed evoca rischi al processo d’integrazione europea. E che giura che non si dimetterà.
È lo scenario, sempre più delicato, che riguarda l’Albania, assieme al Montenegro la nazione balcanica che sta oggi procedendo con maggior celerità verso l’adesione alla Ue. Ma i mal di pancia, nel Paese, sono crescenti, mentre un processo di profonda destabilizzazione appare inarrestabile. Lo conferma la nuova ondata di rabbia popolare che sta mettendo a ferro e fuoco le strade di Tirana e di altre città albanesi, entrata nella seconda settimana.
Se le manifestazioni dei “fenicotteri” erano nate dalla volontà di proteggere l’ambiente e il patrimonio pubblico, le manifestazioni che stanno ora scuotendo l’Albania sono scoppiate, a detta degli studenti, per protestare contro le pessime condizioni generali delle università pubbliche, contro gli alti costi per l’istruzione e in generale contro la corruzione.
«Vogliamo migliori condizioni per lo studio, risposte, non i nonsense del governo», «quando la gioventù si sveglia, il governo cade» e «il futuro è nostro», alcuni degli slogan risuonati nelle piazze di Tirana in questi giorni. Ma la protesta è anche politica – «Rama, via!», posizione condivisa anche da 141 docenti e accademici e «Rama e Berisha (lo storico leader di centrodestra all’opposizione, nda) in prigione» – hanno urlato i giovani nelle strade.
Strade che, da giorni, si sono trasformate in campi di battaglia, con scontri durissimi tra polizia e manifestanti, lanci di pietre, molotov e lacrimogeni, attacchi a sedi istituzionali, stazioni di polizia, al quartier generale del Partito socialista di Rama, mentre la polizia ha usato anche proiettili di gomma contro la folla. Sarebbero più di 30 i casi di presunte violenze da parte di agenti, la denuncia di gruppi della società civile come Res Publica.
Secondo le statistiche più aggiornate, nei primi sei giorni di rivolta i fermi sono stati più di 500, quasi 400 le denunce, circa 300 i feriti, tra cui quasi 200 tra le forze dell’ordine, mentre le proteste nel frattempo si sono allargate ben oltre Tirana.
È solo una “Pantera” più aggressiva delle altre, quella studentesca in Albania? Non la pensa così il premier Rama, che ha sostenuto che dietro le proteste ci sarebbe addirittura «una mano straniera», suggerendo poi le piste russa e iraniana. La riprova, un presunto tentato attacco contro la sede del Governo con un drone armato. Di certo, Rama e il suo esecutivo non intendono mollare la presa, perché «i governi si cambiano con elezioni democratiche, come quelle dell’anno scorso», ha aggiunto.
Il problema, tuttavia, è che i disordini potrebbero addirittura mettere a rischio il percorso d’adesione alla Ue. «Gli albanesi devono pensarci bene: vogliono questo o l’Ue?», ha chiesto il premier. Ue che, assieme agli Usa, ha fatto appello alla de-escalation e «condannato l’uso della violenza a Tirana e in altre città». Le proteste intanto stanno producendo ripercussioni diplomatiche, con Rama che ha cancellato all’ultimo momento la visita ufficiale prevista lunedì a Vienna.
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