Sarajevo Safari, 23 Paesi dicono sì a un’inchiesta del Consiglio d’Europa
Nuova e decisiva ondata di sostegno all’azione promossa dalla delegata della Bosnia: «Ora ci sono le condizioni». La nomina di un relatore è attesa per il mese di settembre

Non solo le magistrature di Italia, Austria e Bosnia-Erzegovina indagano sul presunto, orribile caso dei “safari umani” che sarebbero stati organizzati dalle milizie serbo-bosniache per ricchi “turisti” senza scrupoli a Sarajevo durante l’assedio. A mobilitarsi ora potrebbe essere anche la più antica organizzazione paneuropea per la protezione dei diritti umani. È il Consiglio d’Europa, dove si sta ingrossando il numero di Paesi membri intenzionati a chiedere l’avvio di un’inchiesta formale da parte del CoE sul caso Sarajevo Safari.
Verso la commissione d’inchiesta
La rivelazione, non da poco visto il peso politico e la tradizione di raccolta imparziale di informazioni da parte del Consiglio, è arrivata da Sabina Ćudić, politica bosniaca che è presidente del partito Naša Stranka, al governo, ma è anche delegata della Bosnia-Erzegovina all’Assemblea parlamentare del Consiglio (Pace). Era stata proprio Ćudić, nel maggio scorso, a promuovere un’iniziativa per il lancio di un’inchiesta diretta dal CoE sul caso dei cecchini del weekend. E ora, ha annunciato la stessa politica bosniaca, i delegati degli Stati membri – e sono tanti – cominciano a rispondere positivamente all’idea.
All’inizio del mese a dire sì a una commissione d’inchiesta erano stati in 13: Francia, Svezia, Paesi Bassi, Turchia, Slovacchia, Estonia, Lituania, Monaco, Romania e Ucraina, subito sostenuti da Slovenia, Montenegro e Croazia. In questi giorni una nuova, robusta ondata di sostegno è arrivata da altre dieci nazioni, alcune di peso. Sono Gran Bretagna, Grecia, Macedonia del Nord, Andorra, Svizzera, Belgio, Germania, Albania, Danimarca. E Italia.
I nomi e i numeri – 23 Paesi in tutto – sono importanti, perché «ora ci sono le condizioni formali per istruire le procedure» per il lancio di un’inchiesta internazionale su “Sarajevo Safari”, ossia il sì di almeno venti parlamentari da 13 Paesi per avviare un processo di indagine, ha spiegato Ćudić, anticipando che la nomina di un rapporteur per il caso è attesa per il prossimo 7 settembre. «Questo è un segnale significativo della diffusa volontà europea di affrontare sul serio l’accertamento dei fatti relativi alle accuse di coinvolgimento internazionale in crimini di guerra durante l’assedio di Sarajevo. Si tratta di una questione che va oltre i confini della Bosnia-Erzegovina e richiede la cooperazione delle istituzioni di diversi Stati nell’interesse della giustizia, della verità e della dignità delle vittime», ha spiegato la parlamentare bosniaca.
Le altre indagini del Consiglio d’Europa
Il CoE ha una lunga tradizione di indagini Pace su casi simili e altrettanto pesanti. Da ricordare, in particolare, quello sul presunto traffico di organi di prigionieri dell’Uçk, inchiesta guidata dallo svizzero Dick Marty che fu anche alla testa dell’inchiesta sulle prigioni segrete della Cia in Europa, mentre non sono mancate, in periodi più recenti, azioni speculari sui crimini di guerra russi in Ucraina. L’iniziativa in cantiere al CoE «non è diretta contro alcuno Stato o popolo», ha tenuto a precisare Ćudić.
Il caso Sarajevo Safari è scoppiato prima grazie all’omonimo documentario del regista sloveno Miran Zupanič e poi attraverso un esposto alla magistratura italiana da parte dello scrittore Ezio Gavazzeni che, in primavera, ha pubblicato un libro dedicato ai “cecchini del weekend” in Bosnia.
Sul caso, oltre alla magistratura italiana, ha aperto un fascicolo anche quella di Vienna, nei confronti di una persona che avrebbe partecipato ai safari. Mentre la procura bosniaca ha sentito persone informate sui fatti.
Riproduzione riservata © il Nord Est






