Ratko Mladic è morto: il boia di Srebrenica aveva 84 anni
Scontava la pena dell'ergastolo per il genocidio di Srebrenica e i crimini commessi durante la guerra in Bosnia. Negata dal tribunale la richiesta di scarcerazione avanzata dalla famiglia per motivi di salute

Una morte in solitudine, nell’ospedale del carcere di Scheveningen, come stabilito dalla giustizia internazionale, vecchio – aveva 84 anni – molto malato e lontano dalla famiglia, una “punizione” che non potrà comunque mai riportare in vita le migliaia di vittime che aveva sulla coscienza.
È stato questo l’ultimo atto dell’esistenza di Ratko Mladić, generale serbo-bosniaco che fu, assieme alla “mente” del piano scellerato, il leader politico dei serbo-bosniaci Radovan Karadžić, il braccio dei peggiori crimini compiuti durante la guerra degli Anni Novanta, in Bosnia.
La latitanza di 16 anni, l’arresto e la condanna
«Il signor Ratko Mladić è deceduto mentre era ospedalizzato all’Aja», ha informato giovedì pomeriggio il cosiddetto Meccanismo Onu (Mict), “erede” del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi), avvalorando indiscrezioni della stampa serba.
Era stato proprio il Tpi a condannare all’ergastolo in primo grado Mladić nel 2017, pena poi confermata in via definitiva dal Mict, nel 2021. L’ex generale era stato processato dopo una lunga latitanza, terminata solo nel 2011, con l’arresto in Serbia. Sulla sua coscienza, gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità commessi da lui e dai suoi sottoposti durante la guerra in Bosnia, incluso il genocidio di Srebrenica, il peggior massacro compiuto sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale a oggi.
La malattia e la permanenza in carcere
Secondo le informazioni fatte circolare dalla famiglia e dal suo team difensivo, Mladić sarebbe stato colpito da vari ictus nel corso degli ultimi anni. E anche negli ultimi giorni, l’ex generale era stato al centro di accese polemiche, dopo che il presidente serbo, Aleksandar Vučić, si era detto sconcertato dai ripetuti rifiuti del Mict di rilasciare il condannato per ragioni umanitarie.
Belgrado aveva più volte offerto garanzie, chiedendo formalmente che Mladić potesse trascorrere gli ultimi giorni circondato dai familiari, in Serbia. Rilasciatelo, «così che possa almeno spirare dove aveva vissuto e nei luoghi per i quali aveva combattuto», l’appello pubblico di Vučić. Vittime e sopravvissuti erano invece insorti contro le posizioni di Vučić – e della Republika Srpska, l’entità politica dei serbi di Bosnia. Campane discordanti che riflettono le diverse letture, nei Balcani, sulla figura di Mladić, “boia” per tanti, ancora eroe per alcuni.
La reazione alla morte
«Grate al Mict per averlo tenuto in carcere sino alle fine dei suoi giorni», le parole delle Madri di Srebrenica e Žepa. «È morto un vecchio, nessuno ci restituirà i nostri morti», ha dichiarato invece l’ex sindaco di Srebrenica Ćamil Duraković. «Le persone che ha mandato a morte non hanno avuto la possibilità di invecchiare», ha fatto eco Emir Suljagić, direttore del Memoriale di Srebrenica.
Di «omicidio» ha parlato invece il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, stigmatizzando il fatto che Mladić non fosse stato rilasciato. E ribadendo che la Republika Srpska «rimane fedele a ciò che Ratko Mladić rappresentava e non dimenticherà il suo ruolo». Dalle massime cariche politiche di Banja Luka sono piovute intanto «condoglianze» alla famiglia, mentre l’Onu si è detto «vicino» alle vittime.
Il “boia dei Balcani”
Ma che eredità ha lasciato Mladić, nei Balcani? È stato «il grande criminale, il “boia dei Balcani”, il principale colpevole del più grave crimine commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale», ma «coloro che hanno governato in Serbia e in Republika Srpska» lo hanno anche trasformato «in eroe, a loro uso e consumo, per manipolare l’opinione pubblica e rendere impossibile la riconciliazione in Bosnia e in Serbia», spiega al Piccolo Giorgio Fruscione, analista e politologo dell’Ispi.
«Ritratto sui muri di Belgrado e idolo degli hooligan serbi, Ratko Mladić è stato osannato non tanto per aver difeso il popolo serbo di Bosnia, come vorrebbe la narrazione ufficiale, ma proprio perché commise il genocidio dei bosgnacchi di Srebrenica. Se fosse stato un anonimo generale, nessuno l’avrebbe così a lungo celebrato come salvatore, furono i suoi crimini a valergli la fama», accusa Fruscione, suggerendo che Mladić, anche da morto, potrebbe essere tema caldo e causa di tensione, alle prossime elezioni serbe e serbo-bosniache.
Da giovedì 27 agosto, «rimangono solo i nomi delle vittime», degli 8.000 di Srebrenica, dei massacrati in tanti luoghi in Bosnia, «che ti sia pesante la terra, Mladić», l’orazione funebre dell’intellettuale Dragan Bursać.
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