Welfare, voto, tv pubblica e indagini parlamentari: in Slovenia quattro referendum l’11 ottobre

Via libera del Parlamento alla consultazione popolare. I temi sono politici e divisivi: stanno a cuore alla maggioranza di centrodestra di Janša. Insorgono le opposizioni

Stefano Giantin
I deputati sloveni in Aula
I deputati sloveni in Aula

Tre referendum consultivi su temi delicati, che stanno da tempo dividendo la società, fortemente sostenuti dalla maggioranza oggi al potere a Lubiana, pensati per tastare il polso alla popolazione – ma anche per verificare i rapporti di forza dal punto di vista politico. E il Parlamento – dopo una seduta fiume – ha dato luce verde alle consultazioni, che si dovrebbero tenere il prossimo 11 ottobre, assieme a un quarto referendum, quello sulla modifica alla legge sulle indagini parlamentari.

Accade in Slovenia, dove l’altra sera – dopo ore di infuocato dibattito – il Parlamento ha detto sì – 47 i voti favorevoli, 35 i contrari – all’organizzazione di tre referendum cruciali, in agenda quest’autunno.

Quali erano le proposte referendarie al vaglio dei deputati? La prima prevede di condizionare il diritto all’assistenza sociale allo svolgimento di lavoro socialmente utile. Di cosa si tratta? Secondo la maggioranza che sostiene il governo del premier Janša – Sds, NSi-Fokus-Sls e Democratici, più la stampella esterna Resni.ca –, in Slovenia bisogna quanto prima ridefinire le regole dell’assistenza sociale, dato che ben il 61% dei beneficiari “soffrirebbe” di disoccupazione a lungo termine.

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Da qui l’idea di passare dai sussidi al lavoro socialmente utile, per «incoraggiare» la reintegrazione rapida dei beneficiari nel mercato del lavoro o quantomeno nella comunità. Non si tratta di una «misura punitiva», ha sostenuto la maggioranza, come sintetizzato dall’agenzia di stampa slovena Sta, mentre la deputata Sds Furman ha parlato di scelta che ridarà alla gente «fiducia nel welfare».

Non la pensano così tuttavia i partiti di opposizione, Movimento Libertà dell’ex premier Golob e Levica in testa, che hanno parlato di mosse populistiche per ingraziarsi l’elettorato di destra più conservatore.

La seconda proposta evoca l’abolizione dell’equivalente sloveno del canone televisivo, fondamentale fonte di sostentamento per la Tv pubblica di Lubiana, Rtv. Anche in questo caso, l'élite al potere a Lubiana ha sostenuto che serva un mutamento di rotta sul sostegno economico che fa funzionare la Tv pubblica. I tempi cambiano e anche i gusti e le abitudini del telespettatore, che ha diritto di scegliere quali media seguire.

E se vuole pagare o meno. E dunque qui 14 euro e spiccioli al mese per Rtv sarebbero ormai un retaggio del passato, da cancellare. Non la pensano così i vertici dell’omologo sloveno della Rai, esperti di media, opposizioni, che anche in questo caso hanno parlato di mossa populistica, ideata per mettere sotto controllo del governo una voce importante per la democrazia, attraverso finanziamenti che, in futuro, dovrebbero arrivare solo dallo Stato, non dai contribuenti.

Non solo. E c’è pure una sentenza della Consulta di Lubiana, che aveva stabilito che il canone è fondamentale per garantire l’autonomia dell’emittente pubblica, ha ricordato il deputato socialdemocratico Darko Ratajc.

«Abolire il canone spegnerebbe lo schermo» della Tv pubblica, ha sottolineato l’ex premier Golob in aula. La terza proposta, fortemente controversa, tocca invece il diritto di voto alle elezioni amministrative per i cittadini di Paesi terzi, regolarmente residenti in Slovenia.

Il nodo della questione, le mosse legislative già prese dal governo Janša, che ha approvato una legge, lo scorso 15 giugno, che revocava il diritto di voto, la cui applicazione è al momento sospesa, dato che attivisti e oppositori della misura stanno raccogliendo le firme per un referendum legislativo separato, non consultivo.

E secondo giuristi di fama, come Igor Kaučič, una consultazione su un tema del genere non sarebbe neppure ammissibile.

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