Dai campi di battaglia all’Europa bloccata: perché la bandiera dei gigli fa ancora tremare la Bosnia

Mentre Bruxelles congela centinaia di milioni del Piano di crescita per i Balcani a causa delle mancate riforme, la leadership serbo-bosniaca sceglie la via dello scontro identitario sui simboli del 1992

Stefano Giantin

Il Paese rimane politicamente diviso, le riforme richieste da Bruxelles non procedono come dovrebbero. E per questo si sono già persi 108 milioni, mentre altri 374 – previsti dal Piano di crescita per i Balcani – sono a rischio.

Ma invece di puntare sui temi essenziali per il futuro, parte della leadership continua a preferire la strada delle provocazioni, destinate ad approfondire ulteriormente gli steccati interetnici.

Accade in Bosnia-Erzegovina, dove un nuovo scontro tra le due entità che compongono il Paese – la Republika Srpska (Rs) e la Federazione bosgnacco-croata – sta accendendo gli animi, come non mai: perché la querelle riguarda la storia di una metà del Paese, il suo orgoglio nazionale. La miccia, la controversa decisione del governo della Rs di adottare delle proposte di modifica del codice penale Rs. L’obiettivo, criminalizzare l’esposizione, sul territorio della Rs, di simboli e bandiere che richiamino il regime ustascia di Pavelić – e fin qui nulla di riprovevole, anzi.

Ma nel mirino di Banja Luka – e qui la questione è ben più problematica - ci sono anche i sei gigli dorati, ovvero quelli del vessillo dell’Armata della Bosnia-Erzegovina (Arbih), richiamati anche nella bandiera della Bosnia-Erzegovina post-1992, durante la sanguinosa guerra degli Anni Novanta e presenti fino al 1998, prima dell’adozione di quella attuale, blu e gialla con nove stelle bianche. Emendamenti che – se approvati – rischiano di provocare il caos, anche perché prevedono pene da due a cinque anni di galera per chi sgarra.

La base delle nuove norme, una risoluzione serbo-bosniaca che vieta la glorificazione delle ideologie «ustascia, nazista e fascista», adottata nel marzo scorso con l’obiettivo di punire «la promozione dell’odio». Ma da alcuni letta, in Bosnia, come una sorta di “vendetta” contro le norme che perseguono la glorificazione dei criminali guerra e il negazionismo del genocidio.

Ma si possono parificare vessilli fascisti o nazisti con la bandiera coi gigli, ancora oggi nel cuore di metà Paese? Non la pensano così i maggiori partiti bosgnacchi, subito sulle barricate. Quella coi gigli fu «la bandiera dell’esercito di uno Stato legalmente riconosciuto», ha puntualizzato l’Sda di Bakir Izetbegovic, che ha promesso battaglia fino alla Corte costituzionale.

Quello di Banja Luka rappresenta «un tentativo di riscrivere la storia e di criminalizzare i simboli della Bosnia-Erzegovina», hanno fatto eco i social-liberali di Naša Stranka, accusando l’Snsd, il partito di Milorad Dodik al potere nella Rs, di voler soffiare sul fuoco delle tensioni etniche. Quella bandiera da mettere off-limits «non è un simbolo etnico o religioso», ma emblema di continuità tra la Bosnia del conflitto e quella attuale, ha spiegato da parte sua il costituzionalista Slaven Kovačević. Sulle barricate, anche l’ex sindaco di Srebrenica, oggi vicepresidente della Rs, Ćamil Duraković. Che ha richiesto alle autorità al potere a Banja Luka l’immediato ritiro delle norme contestate.

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