L’appello di Belgrado per Mladić e la rabbia delle Madri di Srebrenica: «Nessuna pietà per il macellaio»
Il presidente serbo sollecita il rilascio del condannato per motivi di salute, richiamando il precedente di Nebojša Pavković

Da una parte, uno dei leader regionali più in vista che si espone personalmente, dopo che il suo Paese aveva inutilmente offerto garanzie per il rilascio per ragioni umanitarie di un condannato eccellente. Dall’altra, vittime e sopravvissuti che, stanchi di assistere a una difesa a spada tratta del “macellaio” dei loro cari, salgono sulle barricate.
Sono le due campane che risuonano, nei Balcani, intorno al destino di Ratko Mladić, ex generale serbo-bosniaco condannato in via definitiva dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia per gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità, per la pulizia etnica in Bosnia. E per il genocidio di Srebrenica.
Mladić, 84 anni, sarebbe oggi tuttavia nient’altro che un vecchio solo e malato, ormai prossimo alla morte. E la pietas dovrebbe prevalere, consentendogli di trascorrere gli ultimi giorni di vita in patria, accanto alla sua famiglia. È la posizione del presidente serbo Aleksandar Vučić, entrato a gamba tesa nella questione Mladić – di cui da anni famiglia e difensori chiedono il rilascio anticipato.
Ci deve essere un «approccio umano verso le persone», ha detto Vučić, sostenendo la tesi che «il generale Mladić sta de facto morendo». «Non importa se gli rimane una settimana o se ne rimangono cinque», ma bisognerebbe fare «come con Nebojša Pavković», ex capo di Stato maggiore jugoslavo, condannato a 22 anni per crimini di guerra e poi rilasciato nel settembre 2025 per ragioni di salute. Morì a Belgrado, un mese dopo. Dunque, secondo Vučić, anche con Mladić bisognerebbe fare lo stesso, «rilasciarlo prima che muoia, così che possa almeno spirare dove aveva vissuto e nei luoghi per i quali aveva combattuto».
Il rilascio di Mladić era stato più volte richiesto dal suo team difensivo e dalla famiglia. E l’ultima volta Belgrado aveva offerto garanzie per arrivare all’obiettivo. Il Meccanismo residuale dell’Onu (Mict), erede del Tpi, ha tuttavia sempre negato la libertà anticipata a Mladić, sostenendo che il condannato, seppur in gravi condizioni, viene adeguatamente curato in carcere, all’Aja.
Ma Vučić ha detto di «non comprendere questa rigidità di principio, che nulla ha a che vedere con i verdetti, ma solo con un approccio umano verso le persone». «Non capisco l’atteggiamento dell’Occidente», ha chiosato il presidente serbo. Sulla stessa linea, anche le autorità serbo-bosniache. Le condizioni di Mladić sono «estremamente gravi» e l’ex generale può ormai sperare solo in cure palliative, è intervenuto giovedì anche il ministro della Giustizia della Republika Srpska Goran Selak. Che ha anticipato che Banja Luka tenterà ancora una volta di convincere il Mict a rilasciare Mladić.
Le parole di Selak – ma soprattutto quelle di Vučić – hanno fatto inalberare vittime e sopravvissuti. Che Vučić non capisca è naturale, perché «quel livello di comprensione non è nelle sue corde», il duro attacco dell’Associazione delle vittime e dei testimoni del genocidio e delle Madri delle enclave di Srebrenica e Žepa, fra le più autorevoli custodi della memoria dei massacri in Bosnia negli Anni Novanta. E quella di Vučić, ha fatto eco una delle Madri, Šehida Abdurahmanović, è «una provocazione».
Per scelta di Mladić, durante la guerra «a migliaia di innocenti non è stata concessa un’altra settimana», ha attaccato anche l’intellettuale Dragan Bursać. «Perché non furono lasciati vivere? Quando troverà la risposta a questa domanda, Vučić capirà perché Mladić si trova ancora nel luogo in cui la sentenza definitiva lo ha posto», la dura chiosa.
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