Il big cinese del rame si espande in Serbia: Ong europee in rivolta
Ambientalisti romeni e bulgari contro le nuove miniere che farebbero di Zijin la leader europea nel settore: le preoccupazioni per un pesante «inquinamento transfrontaliero»

Un gigantesco polo minerario cinese nel cuore dei Balcani, risorto dalle sue ceneri grazie agli investimenti di Pechino, ormai uno dei pilastri dell’economia nazionale, ma anche al centro di polemiche per il presunto, scarso rispetto delle norme ambientali. Polo che ora vuole espandersi ulteriormente, suscitando allarme pure nei Paesi vicini, preoccupati dai rischi di un potenziale, pesante «inquinamento transfrontaliero».
Sono i contorni di una nuova, imminente “guerra” che si sta preparando sull’asse tra Serbia, Romania e Bulgaria. Al centro della disfida, i piani del colosso cinese Zijin, attivo nel Paese balcanico dal 2018, anno in cui il gigante minerario di Pechino aveva acquisito il controllo – con una ricapitalizzazione da 350 milioni di dollari e impegni di investimento per 1,3 miliardi – dell’impresa pubblica serba Rtb Bor, risollevando in poco tempo le sorti delle attività estrattive nell’area di Bor, nella Serbia orientale.
Attività che vertono in particolare sull’estrazione del prezioso rame (quasi 300.000 le tonnellate nel 2025) e in misura minore dell’oro, con Zijin che “vale” circa il 3% del Pil. Zijin che non sembra accontentarsi. E vuole continuare a espandersi.
Un nuovo mega-progetto ancora in fase progettuale, ma già al centro di aspre polemiche, riguarda infatti i complessi minerari e metallurgici chiamati “Cukaru Peki”, già attivi, ma che nasconderebbe enormi riserve di rame e oro, e “Malka Golaja”, un sito minerario da sviluppare in futuro, sempre nell’area di Bor e Zaječar.
I piani cinesi sono quantomeno ambiziosi. I due siti, se adeguatamente potenziati, potrebbero infatti contribuire a portare l’estrazione di rame totale da circa 300.000 a 450.000 tonnellate all’anno, facendo diventare la Zijin leader in Europa. Per raggiungere l’obiettivo, in programma c’è anche la creazione di nuovi complessi minerari-metallurgici di trasformazione e il potenziamento di quello di Bor.
Tutto bene? Non proprio. Dopo le turbolenze sul fronte interno, con denunce di ecologisti e attivisti sull’inquinamento prodotto da Zijin in Serbia e la scarsa sensibilità ambientale da parte del management, i piani di espansione stanno ora allarmando e irritando anche i Paesi vicini.
Lo conferma la discesa in campo di quasi trenta Ong romene, che hanno lanciato l’allarme sui possibili rischi di «inquinamento idrico transfrontaliero nei Paesi a valle, Romania e Bulgaria», con possibili impatti negativi sul Danubio «via fiume Timok» suo affluente, che scorre nell’area interessata dal progetto cinese.
«Dal 2018, le attività di Zijin Mining hanno aggravato l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo» in Serbia, hanno denunciato le Ong romene, avvertendo che l’ascia di guerra è disseppellita per scongiurare simili problemi oltreconfine. Sulla stessa linea anche dodici ong bulgare, che hanno chiesto alle autorità di Sofia di attivarsi – anche a livello Ue – per essere informate sugli sviluppi nella vicina Serbia.
«Le accuse di pericolo per le falde acquifere e le acque superficiali, non possono essere presentate come fatti accertati senza il supporto di adeguate analisi geologiche, idrogeologiche e di altri esperti», aveva messo le mani avanti già a inizio agosto la ministra serba dell’Energia e delle Miniere, Dubravka Đedović Handanović. Ma la questione rischia di esplodere, in vista delle potenziali elezioni anticipate in Serbia.
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