Il Kosovo di nuovo al voto per la terza volta, ma si teme il nulla di fatto

A causarla l’incapacità dei partiti di trovare l’accordo per eleggere il nuovo presidente della Repubblica: urne aperte domenica prossima

Stefano Giantin
Il premier Albin Kurti (foto Epa)
Il premier Albin Kurti (foto Epa)

​​​​​​Un voto-chiave per il futuro del Kosovo, con l’appuntamento alle urne che si avvicina spedito. Nel frattempo, nuove controverse mosse delle autorità al potere fanno risalire la tensione nel nord a maggioranza serba, con una vera e propria “guerra delle stazioni”, ferroviarie, destinata a lasciare profonde cicatrici.

Il voto è appunto quello cui sono chiamati, per la terza volta in un anno e mezzo, gli elettori in Kosovo, paese indebolito da una delle più lunghe e complesse crisi politiche e istituzionali mai registrate in Europa.

A causarla alla fine di aprile l’incapacità dei partiti, entrati in Parlamento alle elezioni di febbraio e poi nel bis di dicembre del 2025, di trovare l’accordo su un nome condiviso per eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

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Si dovrà così tornare ancora una volta alle urne domenica prossima, i 7 giugno, come stabilito dalla presidentessa ad interim Albulena Haxhiu. Quali i partiti in corsa? I soliti, senza alcuna novità nel panorama politico kosovaro. E senza sondaggi effettuati dalle agenzie diventa difficilissimo fare previsioni, anche se esperti e analisti paventano la nascita di un altro Parlamento scisso e di conseguenza ingovernabile.

A puntare all’ennesima vittoria – magari con un margine più ampio che nel corso delle due tornate dello scorso anno – è certamente Vetëvendosje (Autodeterminazione), il partito con tendenze di sinistra venato di nazionalismo guidato dal premier in carica, Albin Kurti.

Il capo del governo arriva al nuovo appuntamento con le urne dopo aver conquistato 57 seggi alle precedenti elezioni anticipate del dicembre 2025. E il leader di Vetëvendosje spera ora di superare quota 60, nel Parlamento da 120 seggi, cercando di conquistare consensi con lo slogan «tutto per lo Stato, lo Stato per tutti». Il programma: «sviluppo economico, investimenti negli armamenti», come promesso all’apertura della campagna elettorale.

A dare battaglia i tradizionali sfidanti di Kurti, tre partiti di centrodestra che, insieme, alle ultime elezioni hanno ottenuto poco più di 40 seggi. Sono il Partito democratico del Kosovo (Pdk), partito fondato da Hashim Thaçi, da anni sotto processo all’Aja e guidato oggi da Bedri Hamza. «Basta crisi, cambiamo il Kosovo», il proposito del Pdk che propone in concreto «battaglia al carovita e taglio dell’Iva».

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La folla in piazza a Pristina a febbraio manifesta contro il Tribunale speciale dell’Aia (foto Epa)

C’è poi la Lega democratica del Kosovo (Ldk), che rappresenta una potenziale sorpresa per aver fra i protagonisti alle urne l’ex presidente della repubblica Vjosa Osmani, figura molto amata e popolare, che promette più sussidi sociali. Infine, l’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak), il cui candidato premier ha evocato maggior impegno su sicurezza, sviluppo ed energia.

La campagna elettorale, tuttavia, è stata subito marchiata da nuove, controverse mosse decise da Kurti e dal ministro degli Interni Xhelal Sveçla. Kurti e Sveçla che, di fatto, hanno iniziato una vera e propria “guerra delle stazioni”, togliendo – con l’assistenza della polizia intervenuta in gran forze – le bandiere e le insegne serbe in importanti scali ferroviari nel nord del Kosovo, a maggioranza serba, tra cui Zvečan – in quel nord dove la Srpska Lista mira a conquistare i dieci seggi riservati alla minoranza.

Si è così arrivati all’eliminazione di una delle ultime “strutture parallele” ancora controllate da Belgrado nell’area, marchiando con i simboli delle Ferrovie kosovare le stazioni. Si tratta di «mosse illegali e unilaterali» da parte di Pristina, la dura replica di Belgrado, che ha promesso di difendere il personale delle ferrovie serbe in Kosovo.

È «ovvio che la popolarità di Kurti in vista delle elezioni del 7 giugno sta precipitando» e lo confermerebbe appunto la decisione di attaccare «le infrastrutture serbe, in particolare le Ferrovie serbe, nei comuni serbi del nord, proprio il primo giorno della campagna elettorale», ha dichiarato Petar Petković, numero uno dell’Ufficio serbo per il Kosovo.

Ma Kurti è andato oltre, confermando l’intenzione di formare la Gendarmeria a contrasto di «strutture paramilitari» e possibili «attacchi terroristici» proprio nel nord.

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