Stallo in Kosovo: verso le terze elezioni in poco più di un anno
Il Paese rischia una nuova paralisi istituzionale per la mancata intesa sul successore di Vjosa Osmani. Senza un accordo entro il 28 aprile, il ritorno alle urne sarà inevitabile, alimentando un ciclo di instabilità che sembra non avere fine

Il Kosovo è in una crisi istituzionale e politica complicata, infinita, destinata ora a esacerbarsi. La colpa è attribuibile a una classe politica incapace di dialogare e arrivare a un compromesso, neppure sul nome del prossimo presidente della Repubblica. E proprio la mancata elezione del nuovo capo dello Stato potrebbe essere la miccia di una gravissima fase di destabilizzazione. Il più giovane Paese europeo appare destinato a tornare alle urne dopo aver votato già a febbraio e poi a dicembre del 2025.
Le elezioni anticipate tuttavia sembrano ora inevitabili, dopo che i partiti entrati in Parlamento ancora una volta non sono riusciti a mettersi d’accordo su un nome condiviso e super partes da scegliere come presidente.
Era già accaduto a febbraio, innescando la nuova crisi. Ora l’acme è dietro l’angolo. Lo ha confermato il premier Albin Kurti, ricordando che la Corte costituzionale di Pristina ha fissato per il 28 aprile la data ultima entro la quale va eletto il successore di Vjosa Osmani, il cui mandato è scaduto a inizio aprile. Se non ci sarà accordo si dovrà tornare alle urne entro 45 giorni.
Ma anche nuove elezioni potrebbero non rappresentare una soluzione. «Si andrà al voto e poi ancora una volta a votare e dopo ancora a nuove elezioni», nell’attuale scenario politico appare praticamente impossibile «mettere insieme 80 deputati» per raggiungere il quorum per l’elezione del presidente, ha ammesso Kurti. I numeri lo confermano, dato che il suo partito, Vetëvendosje, vincitore al voto di dicembre, può contare solo su 57 seggi nel Parlamento, dove siedono 120 deputati. Serve «un accordo», ha auspicato ancora una volta Kurti.
Ma le speranze rischiano di rivelarsi vane. Tutti i tentativi per raggiungere un’intesa su una figura condivisa con le attuali opposizioni di centrodestra, da scegliere come presidente, sono falliti.
Gli ultimi abboccamenti si sono susseguiti nella settimana che si chiude, protagonisti proprio Kurti e i leader dei maggiori partiti di opposizione, in testa Bedri Hamza, alla guida del Partito Democratico del Kosovo (Pdk), che può contare su 22 deputati al Parlamento di Pristina e Lumir Abdixhiku, capo della Lega Democratica del Kosovo (Ldk), che ne detiene 15. Servirebbero «volontà di trovare una soluzione, disponibilità al compromesso e decisioni non facili», ha osservato sempre Kurti, ricordando che nessun partito ha da solo 80 seggi e che «il risultato elettorale» di dicembre «va dunque accettato». Nondimeno, «si devono avviare discussioni sincere e ragionevoli nell'interesse del nostro Paese» e «siamo aperti a una soluzione che rispecchi la volontà dei cittadini».
A pochi giorni dal 28 aprile, «le dichiarazioni politiche non hanno più peso, valgono le azioni», ha detto da parte sua il deputato del Pdk Perparim Gruda, che ha accusato Kurti di voler riportare il Paese alle urne. L’ostacolo maggiore è che Kurti insiste per volere un presidente vicino a Vetëvendosje, ha spiegato invece l’Ldk, sottolineando che il partito non vuole un capo dello Stato che sia «un braccio del governo».
Come salvare la legislatura? Ieri Vetëvendosje ha deciso di tentare un ultimo confronto con le opposizioni, facendo appello a Pdk e Ldk a proporre tre candidati per la presidenza di loro gradimento, su cui forse far eventualmente convergere i voti del partito di Kurti, un tentativo di compromesso in extremis. Ma il tempo stringe. E la scadenza del 28 aprile è dietro l’angolo.
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