Crimini di guerra in Kosovo: slitta la sentenza su Hashim Thaçi
Rinvio di 60 giorni del verdetto sull’ex presidente e tre alti esponenti dell’Uçk: «Il caso richiede tempo aggiuntivo per la sua complessità»

Il caso è troppo complesso, serve più tempo per valutare e arrivare a sentenza, si giustificano i togati. Ma il rinvio provoca una levata di scudi generale, critiche ed enormi polemiche, in quel Kosovo che ha già il dente avvelenato contro una Corte considerata da sempre un’ingiuria verso la storia nazionale.
Decisione controversa, che riguarda uno dei “processi del secolo” nei Balcani, quello in corso alle cosiddette “Camere speciali del Kosovo” (Ksc), con sede all’Aja, nei confronti dell’ex presidente kosovaro Hashim Thaçi e di altri ex alti papaveri dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk), Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, tutti accusati di reati pesantissimi, quali persecuzioni, omicidi, torture e sparizioni forzate di persone. Sono colpevoli?
Lo si sarebbe dovuto sapere intorno a metà maggio, entro il 19 – a poche settimane dalle elezioni anticipate a Pristina – quando era stata annunciata la sentenza di primo grado. Non sarà così. È stato lo stesso Tribunale speciale, che opera sulla base dei codici kosovari, ma con giudici e pubblici ministeri internazionali, a renderlo noto.
Le «circostanze del caso richiedono tempo aggiuntivo», in particolare a causa «del volume delle prove e della complessità del procedimento», ha fatto sapere la Ksc, annunciando che l’annuncio della sentenza sarà rinviato «di sessanta giorni, fino al 20 luglio 2026». Ma non è escluso un nuovo posticipo, se dovesse essere «assolutamente necessario», si legge in uno stringato comunicato del Tribunale.
Tribunale dove, ricordiamo, l’accusa aveva chiesto a febbraio pene draconiane per l’ex presidente Thaçi e per gli altri co-imputati: 45 anni di galera per aver, secondo i procuratori, ordinato o avallato durante la guerra del 1999 l’eliminazione di centinaia di persone, considerate collaborazionisti o un «ostacolo» al loro presunto obiettivo di «prendere il controllo sul Kosovo».
Accuse, quelle contro Thaçi e gli altri, che sono lette universalmente, a Pristina, come un atto ostile, di lesa maestà contro la storia e la lotta per l’indipendenza. E ritardare ulteriormente la sentenza sta facendo saltare i nervi. Si tratta di «una estensione dell’ingiustizia» che si sta perpetrando contro Thaçi, ha aperto le danze il suo Partito Democratico del Kosovo (Pdk), che ha fatto appello alla comunità internazionale a «non permettere che questo processo diventi simbolo del fallimento della giustizia».
«Il ritardo ingiustificato» nel pronunciamento «dimostra che si tratta di un processo influenzato da calcoli politici», ha aggiunto il Pdk. Sulle barricate anche il movimento “Liria ka emere” (La giustizia ha un nome), che ha parlato di decisione «completamente inaccettabile» da parte del Tribunale e di «cattivo precedente». Movimento che ha inoltre ricordato che Thaçi, dimessosi da capo dello Stato nel 2020, e gli altri imputati rimangono detenuti «da quasi sei anni», in «violazione di tutti gli standard dei diritti umani».
In trincea anche i reduci dell’Uçk che hanno consegnato in questi giorni alla Kcs le firme di più di 200 mila albanesi che chiedono «giustizia» e il rilascio di Thaçi. «Spero che le firme vengano prese in considerazione e che la Corte faccia giustizia, che capisca che c’è stata una guerra santa in questo Paese», ha spiegato uno dei leader dei veterani Hysni Gucati.
«La dignità degli accusati non può essere ancora tenuta in ostaggio», hanno ribadito i reduci. Sulla stessa linea anche l’avvocato di Thaçi, Luka Mišetić, che ha ribadito l’innocenza del suo assistito. E sostenuto che la procura «non ha provato le accuse».
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