La Slovenia compie 35 anni: un “compleanno” tra prevaricazioni e polemiche
Infrazione al protocollo del premier Janša oratore alla cerimonia di giovedì con la presidente Nataša Pirc Musar. Una richiesta del capo del Governo aveva escluso alcune associazioni dei reduci: è rientrata perle proteste

Un compleanno importante, con il Paese ormai entrato nell’età più matura, grandi successi di cui andare fieri sul piano politico ed economico, da celebrare degnamente. Ma sullo sfondo ci sono anche polemiche e controversie – su simboli, modalità del ricordo e protocollo – a fare un po’ d’ombra alla festa.
“Compleanno” che è quello della Slovenia, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza, celebrato già mercoledì sera a Lubiana con una grande cerimonia, alla vigilia della Giornata nazionale del 25 giugno, data in cui – nel 1991 – la nuova dirigenza politica di Lubiana gettò le basi per la separazione dalla Jugoslavia.
La Slovenia può sicuramente vantare i traguardi raggiunti negli ultimi tre decenni: in testa l’ingresso nella Nato, nel marzo del 2004, e subito dopo quello nella Ue, a maggio dello stesso anno, mentre già nel 2007 Lubiana si assicurava l’entrata nell’eurozona. Anche i numeri non mentono.
Sono quelli resi pubblici dall’Agenzia statistica nazionale (Surs), che ha ricordato che il Pil nazionale è oggi sei volte quello del 1991, con quello pro capite schizzato da soli 5.131 a 33.062 euro. Come celebrare i successi? Ricordando ad esempio «la grande generazione del 1987-91», quella dei politici e dei cittadini che si batterono per l’indipendenza, ha sottolineato la rivista Demokracija, in un’edizione dedicata all’anniversario.
In questi giorni «l’intera nazione ricorda con gratitudine tutti coloro che hanno dato la vita per la patria, hanno assunto una posizione profetica e sono stati la voce della coscienza», il punto centrale dell’omelia del vescovo Andrej Saje, numero uno della Conferenza episcopale slovena, in una messa solenne a cui hanno partecipato anche i massimi vertici dello Stato.
I giorni del 1991 furono «un evento straordinario, perché nell’incertezza del brutale crollo della Jugoslavia, per la prima volta nella storia, si è rafforzata tra gli sloveni la consapevolezza di sé stessi come comunità strettamente unita, costretta a prendersi cura del proprio futuro», ha affermato Milan Kučan, ex presidente in carica dal 1991 al 2002.
Quello che «desideravamo» nel 1991 era solo «libertà, indipendenza e una prospettiva europea», ha fatto eco in una conversazione con l’agenzia Sta anche Lojze Peterle, che guidò il governo di Lubiana dal 1990 al 1992.
Ma il ricordo del passato non è riuscito a evitare polemiche spicciole. Una riguarda la grande cerimonia per la Giornata nazionale, con «il premier Janša e la presidente Pirc Musar oratori principali», ha confermato il governo di Lubiana.
Si tratta «di una decisione mai presa finora», la malcelata critica all’infrazione del protocollo resa pubblica dal gabinetto presidenziale, ulteriore segnale di una potenzialmente difficile coabitazione tra Janša e Pirc Musar.
Altro sgarbo, l’esecutivo Janša ha previsto l’obbligo per le associazioni dei reduci di esibire alla cerimonia sui propri vessilli lo stemma ufficiale della Slovenia, di fatto escludendo importanti organizzazioni di veterani della Seconda guerra come Tigr Primorska e Zbb Nob, “colpevoli” di avere sulla punta dell’asta del labaro la foglia di tiglio con stella a cinque punte.
L’obbligo è stato poi cancellato, dopo una marea di critiche, tra cui quelle della presidente («non è questo lo spirito che vogliamo come nazione»). A far discutere, anche la decisione del governo di riaprire il Museo dell’indipendenza slovena, voluto da Janša nel 2021 e chiuso da Golob nel 2023, che lo “fuse” con il Museo di storia contemporanea. Sarà «il museo di Janša e dei suoi compari», la dura critica dell’ex ministra della Cultura Asta Vrečko.
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