Caso Thaçi, chiesti 45 anni di carcere: il Kosovo trema per la sentenza sull’ex presidente
L'accusa all'Aja invoca la pena massima per l'ex leader dell'Uck. A Pristina sale la rabbia dei sostenitori: «Non si processa la nostra libertà».

Quarantacinque anni di carcere. È la pesantissima richiesta dell’accusa nei confronti di un ex leader politico balcanico che, tra luci e ombre, ha fatto la storia del suo Paese, il Kosovo. E si tratta di una istanza dei procuratori di uno degli ultimi grandi processi per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia che rischia di far esplodere rabbia e accese proteste.
La richiesta di condanna riguarda l’ex presidente kosovaro, Hashim Thaçi, da anni alla sbarra nelle cosiddette Camere speciali del Kosovo, tribunale ad hoc che opera sulla base di codici kosovari, ma che ha sede all’Aja e giudici stranieri, per proteggere i testimoni da possibili vendette e intimidazioni in patria.
La Corte deve giudicare sui crimini compiuti dai membri dell’esercito di liberazione del Kosovo (Uck). Fra i più alti papaveri dell’Uck, prima di riciclarsi in politica, c’era anche Thaçi, leader politico dell’esercito durante il conflitto del 1999, sotto processo per gravissimi crimini di guerra in un procedimento che vede sul banco degli imputati anche altri ex membri di punta dell’Uck. Come Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, tutti accusati di reati pesantissimi, come persecuzioni, omicidi, torture e sparizioni forzate di persone.
Il processo “Thaçi e altri” da questa settimana è entrato nella fase decisiva, dopo anni di ritardi, marce indietro, polemiche e proteste da parte di reduci e sostenitori dell’Uck dall’Albania al Kosovo, scesi in strada per difendere Thaçi e la guerra di liberazione del 1999 “macchiata” della giustizia internazionale. Ieri è arrivata la richiesta di condanna pronunciata in aula dalla procuratrice Kimberly West.
I crimini attribuiti a Thaçi e agli altri imputati sarebbero stati provati senza ombra di dubbio, ha spiegato West, illustrando che i quattro avrebbero agito contro coloro «che sentivano come un ostacolo», serbi, rom ma anche albanesi, con l’obiettivo di «prendere il controllo sul Kosovo». Le vittime, ha spiegato la procuratrice, furono più di cento, tra cui molti considerati «collaborazionisti» del regime di Milošević e delle forze militari serbe, uccisi tra il 1998 e il 1999.
Ma sulla coscienza del “Serpente”, allora nome di battaglia di Thaçi, ci sarebbero anche centinaia di persone, rinchiuse e sottoposte ad abusi in oltre 50 campi di detenzione allestiti dall’Uck. «Si tratta di crimini il cui peso non diminuisce con il passare degli anni», ha rincarato West. E per i quali a pagare potrebbe essere uno dei padri della patria in Kosovo. Thaçi, dopo la guerra, infatti fu premier, ministro degli Esteri e presidente della Repubblica. E ieri era in aula, ad ascoltare la durissima richiesta di condanna, 45 anni appunto, in vestito scuro, camicia bianca e cravatta rossa.
Cosa accade ora? I giochi non sono ancora fatti, con la difesa che, con alta probabilità già mercoledì, ribadirà l’innocenza degli imputati e chiederà ai giudici che siano assolti. Thaçi e gli altri si erano dichiarati non colpevoli già all’inizio del processo. La sentenza non è attesa prima di un mese.
Nel frattempo, la rabbia a Pristina sale. «La storia non può essere riscritta, libertà per i liberatori», l’appello di Memli Krasniqi, l’attuale leader del partito di Thaçi, il Pdk. La Procura, chiedendo 45 anni di carcere, cerca di addossare una «colpa collettiva» all’intero Kosovo, ha sostenuto il politologo Lulzim Peci. E nella capitale del Kosovo, tappezzata di foto di Thaçi, si prepara una grande manifestazione in difesa degli «eroi» della guerra del 1999.
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