Republika Srpska e Israele, il tête-à-tête che esaspera la Bosnia

Miccia della crisi i due incontri al vertice a Gerusalemme, durante i quali è stata esposta la bandiera della Republika Srpska ma non quella di Bosnia-Erzegovina

Stefano Giantin
Željka Cvijanović, componente serba della presidenza di BiH, e il premier Netanyahu
Željka Cvijanović, componente serba della presidenza di BiH, e il premier Netanyahu

Se uno Stato intrattiene rapporti con un Paese balcanico che si regge su equilibri delicatissimi, bisognerebbe usare grande prudenza. Evitando mosse incaute. Perché anche forma e protocollo, in casi come questi, sono importanti. È la “lezione” che arriva da un caso che sta infiammando i rapporti tra Israele e Bosnia-Erzegovina.

La visita ufficiale

La miccia, un viaggio ufficiale in Israele di Željka Cvijanović, membro serbo della presidenza tripartita bosniaca, accolta con tutti gli onori, prima dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, e poi dal premier Netanyahu. Solo una ordinaria visita ufficiale all’estero, quella di Cvijanović che, assieme ai colleghi Komšić (croato) e al bosgnacco Bećirović, rappresenta la Bosnia-Erzegovina? Avrebbe dovuto esserlo, ma non lo è stato, con almeno due incontri che si sono trasformati nella miccia della crisi. Il primo è stato quello tra Cvijanović e Sa’ar, che nell’occasione ha rappresentato la volontà israeliana di «approfondire le relazioni tra i nostri popoli», senza menzionare quello bosniaco. E ha pure – accendendo le prime polemiche – concordato con Cvijanović che in Bosnia dovrebbero essere meglio «salvaguardate» non meglio precisate «minoranze cristiane». «I serbi sono veri amici del popolo israeliano», ha poi chiosato il ministro degli Esteri. Cvijanović che ha in seguito incontrato il primo ministro Netanyahu, il «punto più alto» del viaggio in Israele, ha commentato la stessa leader. Aggiungendo subito dopo di essere «grata» per la «proficua collaborazione e la comprensione dimostrate nei confronti della Republika Srpska e delle nostre posizioni».

Attenzione alle bandiere

Ma oltre alle parole sono state le immagini degli incontri a creare profondo fastidio, a Sarajevo. Foto, dei due incontri, dove era esposto in bella mostra, accanto alla bandiera di Israele, il vessillo tricolore della Republika Srpska. E la bandiera di quella Bosnia-Erzegovina che Cvijanović rappresenta? Non c’era. Un’assenza che ha provocato la durissima reazione della Bosnia-Erzegovina, che ha inviato una nota ufficiale di protesta a Tel Aviv, hanno svelato i media di Sarajevo. Non esporre la bandiera nazionale bosniaca, ma solo quella della Rs, è stato un errore marchiano dei padroni di casa, ha attaccato nella nota il ministro degli Esteri Elmedin Konaković. Si è trattato di un grave sgarbo al «protocollo diplomatico e alla prassi internazionale», ha sottolineato Konaković. Che ha poi tenuto a precisare che «la signora Željka Cvijanović è affiliata a un partito politico», l’Snsd di Milorad Dodik – da anni vicinissimo a Israele – un partito «che promuove costantemente narrazioni secessioniste in Bosnia ed Erzegovina, contribuendo così a irrobustire un contesto politico sempre più instabile e impegnandosi al contempo in attività che rischiano di destabilizzare sia il Paese sia la regione».

La polemica

«È inaccettabile che Cvijanović visiti il Paese a spese dello Stato, senza bandiera nazionale, senza una politica estera coordinata e senza assumersi la responsabilità delle conseguenze per la nostra nazione», ha fatto eco Ćamil Duraković, ex sindaco di Srebrenica, oggi vicepresidente della Rs. E Cvijanović? «La colpa del fatto che la bandiera nazionale non venga sventolata nel mondo è di Konaković, non mia», la risposta piccata. Poi, un affondo pesante: «la responsabilità del degrado dello Stato e della sua reputazione è della politica di Sarajevo, non della Republika Srpska. Come si suol dire: chi semina vento, raccoglie tempesta. Noi della Republika Srpska stiamo solo facendo il nostro dovere, proteggendo la nostra posizione costituzionale».

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