Alto rappresentante in Bosnia: Unione Europea divisa sul dopo Schmidt
Il candidato italiano piace agli Usa, ma non a Francia e Germania: un nuovo vertice atteso a metà luglio

Morto un Papa se ne fa un altro. Ma il celebre proverbio vale forse a Roma, non certo a Sarajevo, capitale di quella Bosnia-Erzegovina che, a causa di sempre più profondi attriti tra Europa e Usa, continua a rimanere sospesa in un limbo senza il suo “arbitro” internazionale. Una figura chiave quella dell’Alto rappresentante, cui spetta il compito di vigilare sul rispetto degli accordi di pace di Dayton, dotata di ampi poteri – quelli cosiddetti “di Bonn” – che le permettono di cassare norme considerate pericolose per la tenuta del Paese balcanico. O di imporne di nuove, calate dall’alto.
La poltrona dell’Alto Rappresentante, tuttavia, continuerà a rimanere senza un vero “papa”, dopo le dimissioni del tedesco Christian Schmidt, da ieri ufficialmente tornato a vita privata. È l’effetto di un nuovo fallito conclave, la riunione del Consiglio per l’attuazione della pace (Pic), dove siedono i rappresentanti delle grandi potenze, Usa e stati Ue in testa, ma anche inviati di nazioni come Giappone, Canada e Turchia, con la Russia convitato di pietra.
Pic che si era ritrovato a Sarajevo – a meno di un mese da un’altra infruttuosa riunione – per cercare di individuare un nome condiviso da scegliere al posto di Schmidt. Ma il vertice, durato più di dieci ore, è finito martedì notte con un’altra fumata nera, senza che si riuscisse a convogliare i voti su un candidato sostenuto da tutti. Per non lasciare del tutto sguarnita la poltrona dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (Ohr), si è dovuto optare per una soluzione ad interim: come facente funzioni, per un mese, è stato scelto il vice di Schmidt, l’americano Louis Crishock, da ieri in carica.
Ma cosa sta accadendo, all’interno del Pic? Secondo esperti e osservatori, la risposta è univoca: proprio in Bosnia si sta consumando l’ennesimo scontro tra gli Usa di Trump – che hanno crescenti interessi, soprattutto economici, nel Paese, tra tutti il controverso Interconnettore meridionale, la cui realizzazione è accentrata proprio in mani Usa – e quella Ue a cui Sarajevo aspira – ma l’adesione rimane una chimera.
Gli Usa, ricordiamo, attraverso forti pressioni dietro le quinte hanno determinato l’uscita di scena di Schmidt, sgradito a Washington, odiatissimo dai serbo-bosniaci e disconosciuto da Mosca. E hanno deciso di puntare, come successore del tedesco, su un diplomatico italiano di fama, Antonio Zanardi Landi, già ambasciatore a Belgrado e a Mosca. La figura di Zanardi Landi, secondo i rumors, oltre a Usa e naturalmente Italia, avrebbe catalizzato anche i consensi di Turchia e Giappone. E la feluca avrebbe preso seriamente in considerazione l’endorsement.
Secondo quanto rivelato dalla stampa bosniaca, la diplomazia di Roma avrebbe fatto circolare, prima del secondo e fallito conclave, un “non-paper” con le linee programmatica di Zanardi Landi. Se eletto, il diplomatico italiano «assicurerà la massima cooperazione» a tutti i membri del Pic, «non annullerà precedenti decisioni» di Schmidt e «userà i poteri di Bonn come ultima opzione», acconsentendo soprattutto a «un mandato» ridotto, di soli due anni, prolungabili ad altri due. Ma il “manifesto Landi” non ha fatto cambiare idea a Germania e Francia, che continuano a puntare sull’inviato di Parigi nei Balcani, René Troccaz, sostenuto anche da Londra, con la Ue ancora una volta divisa, malgrado gli appelli di Bruxelles a trovare «unità e consenso» su un candidato europeo. E ora tutti gli occhi sono ora puntati su un terzo conclave, atteso per metà luglio.
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