L’ombra dell’intelligence sul voto: a Lubiana è bagarre in Parlamento

Non passa in Aula la richiesta di istituire una commissione d’inchiesta sul presunto ruolo giocato prima delle elezioni dello scorso marzo dalla società israeliana Black Cube. L’ira delle opposizioni: «Democrazia calpestata»

Stefano Giantin

Un vicenda inquietante che ha scosso il Paese in campagna elettorale restando irrisolto e confuso. E che ora si riaccende tra accuse, contraccuse e polemiche tra maggioranza e opposizioni. Il caso riguarda la Slovenia e Black Cube, società israeliana di intelligence privata, spesso descritta come sorta di Mossad privato, sospettata di aver giocato un ruolo opaco a cavallo delle elezioni parlamentari del 22 marzo scorso.

Secondo ipotesi circolate a Lubiana, Black Cube avrebbe manovrato dietro le quinte per screditare figure vicine alla classe dirigente liberal-progressista di allora, contribuendo a indebolirla alla vigilia del voto e, forse, agevolando il ritorno del centrodestra al potere. Questo scenario era stato evocato con maggior forza dal segretario di Stato per la sicurezza nazionale, Vojko Volk, che riferendo informazioni dei servizi sloveni aveva sostenuto che il lavoro di Black Cube sarebbe stato «commissionato dall’interno della Slovenia». Quelle parole sembravano avvalorare indiscrezioni di stampa e rivelazioni su contatti, avvenuti già nel dicembre 2025, tra esponenti di Black Cube e quello che allora era il leader dell’opposizione e oggi è di nuovo il primo ministro, Janez Janša.

Janša ha respinto ogni accusa, pur ammettendo di aver avuto contatti con un consulente di Black Cube. In ogni modo il caso avrebbe potuto riaprirsi ieri in Parlamento, con una seduta straordinaria convocata per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta richiesta da parte delle opposizioni, ovvero il Movimento Libertà (Gs) dell’ex premier Robert Golob e la sinistra di Levica-Vesna. L’obiettivo sarebbe stato di investigare sulla sussistenza delle accuse di interferenze elettorali dall’estero sul voto.

Ma alla fine in aula sono scoppiate solo nuove polemiche. Lo si è visto nel pomeriggio, con il voto di 38 deputati dell’Sds di Janša, Nuova Slovenia-Sls-Focus e Resni.ca, la stampella esterna della maggioranza. Tutti partiti che si sono espressi contro l’agenda dei lavori che prevedeva la trattazione delle proposte di istituzione della “Commissione Black Cube”, seguita da una seconda parte che si sarebbe dovuta focalizzare su presunti finanziamenti dall’estero e da parte di imprese nazionali ai partiti, bypassando le regole.

A difendere l’agenda sono stati i 34 deputati di Gs, Levica-Vesna e Socialdemocratici (Sd) presenti, mentre 4 parlamentari dei Democratici di Anže Logar si sono astenuti. Il voto ha accentuato la contrapposizione tra schieramenti. «Oggi abbiamo assistito al calpestamento della democrazia», ha attaccato la capogruppo di Levica-Vesna, Asta Vrečko. Durissimo anche Borut Sajovic, del Movimento Libertà dell’ex premier Golob, che ha sostenuto che l’attuale «maggioranza parlamentare vuole essere al di sopra della Costituzione». Ma le opposizioni ci riproveranno, «centinaia di volte» se dovesse servire, ha giurato Sajović, mentre Mejra Hot (Sd) ha parlato di situazione «assurda».

Ma al momento del voto «chi mancava nei ranghi dell’opposizione?», è stata la sarcastica replica - affidata ai social - dell’Sds di Janša, che ha suggerito che se tutti i deputati della minoranza fossero stati presenti la luce verde sarebbe arrivata. Fra gli assenti anche Golob e il leader Sd, Matjaž Han. Ma la responsabilità dello stop, hanno controreplicato le opposizioni, resta di chi ha impedito l’avvio dell’inchiesta. E Vrečko ha persino insinuato un legame tra una supposta volontà di bloccare l’inchiesta e gli strettissimi rapporti di Janša con Israele.

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