La Bosnia senza Alto rappresentante: l’ombra di Trump dietro l’addio

Lascia il tedesco Christian Schmidt, in carica dal 2021 come esponente della comunità internazionale. Nomi italiani per la successione

Stefano Giantin
Una panoramica della città di Sarajevo vista dal monte Trebevic
Una panoramica della città di Sarajevo vista dal monte Trebevic

Un addio che arriva all’improvviso, lasciando tutti a bocca aperta e troppe domande senza risposta. L’unica certezza: nuovi nubi nere si addensano sulla Bosnia-Eerzegovina. Il Paese potrebbe presto non avere più il suo “arbitro” straniero, la figura che dalla fine della sanguinosa guerra degli Anni Novanta vigila, tra non poche polemiche e controversie, sul rispetto degli accordi di pace di Dayton (che videro la Bosnia-Erzegovina articolata in due entità, la Republika Srpska a maggioranza serba e la Federazione a maggioranza croato-bosgnacca, ndr).

Lo ha annunciato lo stesso Christian Schmidt, ex politico e diplomatico tedesco che dal 2021 ricopre appunto la spesso ingrata carica di Alto Rappresentante della comunità internazionale. Lo farà ancora per poco, almeno finché non sarà trovato un sostituto – sempre che un sostituto arrivi.

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Uno scorcio dell’impianto di rigassificazione sull’isola di Veglia (foto lng.hr)

Lo ha confermato proprio Schmidt, dopo che indiscrezioni erano circolate sulla stampa tedesca. È stata «una decisione personale», si legge in un comunicato postato sul sito ufficiale dell’Alto Rappresentante (Ohr), dove si specifica che Schmidt ha già informato della scelta il cosiddetto Peace Implementation Council (Pic),organo internazionale incaricato di attuare gli accordi di pace.

Nel comunicato, Schmidt chiede di dare inizio alle procedure per individuare un sostituto; il quale potrebbe essere italiano, secondo le voci che circolano. Schmidt, nella sua lettera d’addio, ha inoltre ricordato che «nessuna delle decisioni» prese in veste di capo dell’Ohr «sono mai state revocate» e ha assicurato che il ruolo dell’Alto Rappresentante «rimane importante».

Ma cosa c’è dietro la decisione di Schmidt? Odiatissimo dalla leadership serbo-bosniaca e da Milorad Dodik in particolare, non riconosciuto da Banja Luka (capoluogo della Rs) e da Mosca e spesso criticato per la sua presunta partigianeria a favore dei croati, Schmidt avrebbe pagato soprattutto «mesi di pressioni americane» finalizzate alle sue dimissioni, ha svelato il giornalista Michael Martens che, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), ha anticipato l’addio dell’Alto Rappresentante.

Gli Usa di Trump negli ultimi tempi avrebbero accelerato «in maniera aggressiva» i loro tentativi di cacciare Schmidt, anche «con un ultimatum» dietro le quinte. E potrebbe esserci qualche collegamento tra il recente e controverso via libera all’Interconnettore meridionale (il progetto di gasdotto fra Bosnia e Croazia), ora a regia Usa, e l’addio di Schmidt.

Gli Usa avrebbero deciso di «schierarsi con il più grande creatore di problemi nella regione, Dodik, il più stretto alleato di Putin» nei Balcani, rimuovendo Schmidt in cambio del sostegno all’Interconnettore “made in Usa”, la lettura dell’analista Reinhard Veser, sulla Faz.

La rinuncia di Schmidt potrebbe essere il frutto di una «cospirazione» sull’asse «tra l’amministrazione Trump e Dodik», è anche la posizione del politologo Jasmin Mujanović.

Certo è che «la Bosnia entra in un periodo di profonda turbolenza» e a pagarne il prezzo non saranno Washington o Bruxelles ma «i bosniaci», che devono per di più andare alle urne, a ottobre. «Da sempre sotto attacco da parte di Mosca, l’Alto Rappresentante è stato fatto fuori dagli Usa, con la Ue debole e non concentrata», ha detto l’ex premier svedese Carl Bildt.

Chi sorride è Dodik, che aveva definito Schmidt «turista senza poteri». Schmidt «lascia la Bosnia nello stesso modo in cui era arrivato qui: senza legittimità», ha scritto su X Dodik, eminenza grigia a Banja Luka che ha coltivato forti legami con Washington negli ultimi mesi. Allineamento che ora è stato forse ricompensato.

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