Slovenia più vicina a Israele: congelato il sì alla Palestina

Stop al riconoscimento del Paese, revocato il divieto di ingresso a Lubiana imposto a due ministri di Tel Aviv

Stefano Giantin

 

Prima l’ammainabandiera della Palestina dopo due anni di vessillo esposto sulla facciata del palazzo del Governo. Poi, a stretto giro di posta, la revoca del divieto d’ingresso che era stato imposto a due falchi del governo di Tel Aviv, i ministri Ben-Gvir e Smotrich e al premier Netanyahu. E adesso ancora una ulteriore inversione a U rispetto al precedente governo, con l’annuncio di una risoluzione che rischia di provocare forti tensioni in patria e di rompere il fronte interno nella Ue.

Accade in Slovenia, dove il nuovo esecutivo guidato da Janez Janša sembra volere imprimere una nuova accelerazione al processo di riavvicinamento a Israele, Stato con il quale i rapporti si erano incrinati durante l’epoca del premier Robert Golob. Epoca che va archiviata quanto prima, suggeriscono nuovi annunci dello stesso Janša, che ha indicato la rotta in un’intervista rilasciata alla rivista Israel Hayom.

 

Via la bandiera della Palestina, Lubiana si riavvicina a Israele
La redazione
A sinistra Janez Janša, a destra il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Golob era «pazzo», ha esordito in maniera clamorosa Janša riferendosi al suo predecessore che «ha portato le relazioni con Israele al punto più basso» di sempre con il riconoscimento della Palestina, ha riassunto Israel Hayom. Le cose però stanno cambiando, perché «Israele è un partner strategico nel contribuire alla stabilità regionale e alla lotta al terrorismo», ha sostenuto il premier di quella Slovenia che «condivide le stesse sfide». Come riparare allora i presunti danni arrecati dal governo Golob? Tornando indietro nel tempo, ovvero «congelando la decisione illegale» presa «dal precedente esecutivo di centrosinistra» di riconoscere lo Stato palestinese, ha annunciato Janša. «Abbiamo messo ciò come condizione per la coalizione di governo e tutti i partner hanno concordato» di sostenere la scelta, ha svelato il primo ministro.

Ma non è finita. Lubiana, ha anticipato Janša, mira anche a trasferire la sede della sua ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. E se si concretizzerà, sarà una mossa esplosiva. Finora solo Stati Uniti, Kosovo, Guatemala e Honduras e pochi altri hanno trasferito le proprie rappresentanze diplomatiche a Gerusalemme, mentre nessun Paese Ue ha considerato questa opzione. E allora Janša è «un vero amico di Israele», ha commentato il ministro degli Affari della Diaspora, Amichai Chikli.

Diametralmente opposte le reazioni delle opposizioni, in Slovenia. Il premier dovrebbe «darsi una calmata», ha contrattaccato lo stesso Golob, ricordando che la Slovenia «ha nel suo Dna» i geni del diritto all’autodeterminazione dei popoli e il riconoscimento della Palestina è il «prerequisito per la pace e la coesistenza» in Medio Oriente. «La posizione della Ue» nel suo insieme è inoltre che «Gerusalemme diventi la capitale congiunta di Israele e Palestina», un traguardo da raggiungere attraverso negoziati.

E spostare l’ambasciata rischia di creare un precedente pericoloso, ha ricordato Golob, con dei mal di pancia in questo senso segnalati anche a Bruxelles, ha suggerito ieri la Commissione europea.

«Dobbiamo continuare a sostenere un popolo che viene sterminato», ha fatto eco la co-leader di Levica, Asta Vrečko, mentre i Socialdemocratici hanno stigmatizzato che Janša «dia sostegno a Israele invece di metterle pressione per le sue azioni a Gaza». Janša che sembra anche sordo alla vox populi. Un sondaggio ha svelato infatti che il 56% degli sloveni è contrario a rafforzare le relazioni con Israele, mentre un 58% si oppone anche al ritiro del riconoscimento della Palestina.

 

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