Così l’Ungheria adesso può cambiare l’Europa: gli estremismi non pagano come prima
La vittoria di Magyar è una conferma che la dottrina Maga del presidente che si crede Dio non attecchisce nel Vecchio Mondo

Quanto è successo in Ungheria non resterà in Ungheria. “Saremo di nuovo un forte alleato per l’Ue e per la Nato”, proclama il conservatore Peter Magyar che domenica ha strappato a Viktor Orbán le redini del Paese dopo 16 anni di dominio.
La vittoria di Tisza, il partito Libertà e Rispetto, membro della famiglia Popolare, promette di archiviare il regime illiberale costruito dallo sconfitto leader di Fidesz, trumpiano, euroscettico e filorusso che da anni cerca di tenere in ostaggio i partner di Bruxelles e i vicini dell’Ucraina. Sarà un bene per le genti magiare, ma l’intento ha un senso più ampio.
È una conferma che la dottrina Maga del presidente che si crede Dio non attecchisce nel Vecchio Mondo. Lo si è visto nelle consultazioni a Parigi, in Danimarca e Germania, poi nel referendum italiano. In tempi di incertezza e guerra, una parte crescente degli elettori invoca democrazia, stato di diritto e solidarietà, ovvero un realismo fondato sui valori che si opponga al sovranismo più barbaro. Qualcosa sta cambiando, l’autocrazia ha le gambe molli. C’è la concreta possibilità che l’Europa superi lo stallo delle divisioni interne, a patto di essere pragmatica, lungimirante e guidata da leader che smettano di guardarsi l’ombelico.
Va meglio, certo, ma non ancora bene. Il primo messaggio degli ungheresi è che gli estremismi, in questo caso di destra, non pagano come prima. Oltre a Orbán, sulle rive del Danubio hanno perso Trump e Putin, insieme con parte della maggioranza italiana e i rappresentanti dei governi più a destra d’Europa. Sarebbe tuttavia un errore trascurare che il partito di Magyar nasce da una costola di Fidesz e che in Parlamento a Budapest non ci sarà un solo esponente moderato, liberale o di sinistra.
Nell’assemblea abiteranno solo tre varianti della destra, fra le quali Tisza è quella dialogante e consapevole dell’esigenza di lavorare con i partner del Patto a Ventisette. La linea sui migranti sarà però appena più morbida, il sostegno all’Ucraina più deciso, per quanto non scevro da ambiguità, mentre ci si attende uno smontaggio delle riforme costituzionali volute da Orbán, circostanza che renderà disponibili 35 miliardi bloccati dall’Ue causa violazione dello spirito comunitario.
Normale che in queste circostanze i leader europei trovino l’estro per festeggiare un bicchiere mezzo pieno. L’Unione europea si sente rivalutata e, soprattutto, non ha più l’Ungheria a tirarle il freno. L’esito elettorale è un nuovo messaggio pro-Bruxelles e contro l’America Trumpiana, ormai ai minimi di consenso dopo il pasticciaccio brutto in Iran, e il solo fatto di poter ricominciare a lavorare con difficoltà solo ordinarie è positivo. Adesso si potrà battere un colpo e liberare i 90 miliardi di aiuti a Kiev negati da Budapest, così che la sempre flebile politica estera a dodici stelle possa guadagnare vigore, uno smacco per Trump e Putin.
Rimettere in moto la macchina è una esigenza centrale. Il consenso necessario per decidere dipende dalla difesa dei diritti e delle opportunità quanto dalla capacità degli Stati e dell’Unione di mitigare gli effetti della chiusura di Hormuz (scattata in reazione a Trump e ora blindato dagli americani…) su bollette, benzina e così di seguito. Non ci sarà soluzione efficace se non sarà condivisa.
Un concerto di ricette locali non salverà dalla recessione e non favorirà la pace. Qui torna l’urgenza di strategie comuni e di debito condiviso a sostegno di cittadini ed imprese. Bisogna agire in fretta e insieme. Siamo alla sesta crisi del secolo. Rischia di essere la peggiore.
Non è facile e non va complicata. Da destra e sinistra il trionfo di Magyar è stato utilizzato per continuare il duello a tratti fuori dal tempo. In realtà, l’affermazione di Tisza è un barometro del nostro tempo, supera il concetto tradizionale dei poli politici e introduce un’identità ripensata, conservatrice per quanto non estrema. Sono più a sinistra della destra-destra, non ancora al centro, quasi in linea con Meloni (non col suo partito, né con la Lega), ambiscono all’europeismo, per quanto severi e aperti ma non troppo. Vanno giudicati dai fatti, come tutti.
La costruzione della nuova Europa deve procedere nel solco dei Trattati, svincolata dai duelli ideologici. Si pone l’esigenza di accogliere ogni differenza di approccio e convinzione nel rispetto delle regole, e cercare in questo ambito di trovare il denominatore comune (possibilmente non minimo) per intervenire in difesa dei diritti e del benessere di chi vive nell’Unione.
Si sia Guelfi o Ghibellini, è essenziale lavorare su quello che ci unisce e non continuare a sottolineare le differenze. Il consenso di Magyar segnala una nuova frontiera, dice che il gioco sta cambiando, denuncia l’evoluzione del pensiero politico. Tutte le parti devono averlo chiaro e agire, coerentemente con la propria storia, di conseguenza. Essere diversi non comporta per forza l’essere contro. Se questo è quello che si vuole, la guerra e la povertà è quello che si ottiene.
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