Il "caso Venezia" scuote il centrosinistra: la fuga dei 5 Stelle e il rebus alleanza per Elly Schlein

La risposta emersa in Laguna, analizzata attraverso i flussi elettorali di YouTrend, fotografa una realtà complessa per il campo largo

Carlo BertiniCarlo Bertini

La lezione di Venezia può essere utile al centrosinistra perché lascia un anno di tempo per provare a risolvere la questione delle questioni, il vero “non detto” che sta dietro ogni rinvio su scelta di leadership e programma: gli elettorati dei due partiti sono compatibili? È la domanda clou che esce dalle urne della Serenissima, dove, grazie all’analisi dei flussi fatta da You Trend, veniamo a scoprire che la metà dei (pochi) votanti del partito di Giuseppe Conte ha messo la croce non sul candidato del “campo largo”, Andrea Martella, bensì sul civico del centrodestra, Simone Venturini, regalandogli la cadrega di sindaco al primo turno.

Massimo smacco per il buon Martella, che con il suo profilo di politico cresciuto tra i divani rossi di Montecitorio e quelli di governo, ha trasmesso agli ex grillini quel “non so che” di invotabile per loro.

Quindi, lesson number one: i candidati vanno scelti con grande oculatezza. Allargando lo sguardo però, prima di immaginare come potrebbe governare il paese un'amalgama così poco riuscita, se neanche a Venezia un ex grillino su due riesce a votare un candidato del Pd, quale affezione alla causa possono avere i (pochi) milioni di 5stelle chiamati alle urne tra un anno per votare una coalizione anti-Meloni capitanata non da Conte ma da Elly Schlein?

Si dirà: ma Elly ha vinto grazie al voto nei gazebo di migliaia di “passanti” 5stelle che volevano dare un dispiacere agli odiati apparatchik in stile Stefano Bonaccini. Vero. Peccato che dopo tre anni, complici tailleur pastello stile Armani e le apparizioni a fianco dei “cacicchi” messi nel mirino ai bei tempi dell’assalto alla Bastiglia, Elly oggi sia vista come la segretaria ufficiale del partito dai cento peccati, mal visto dai militanti 5s e come si è visto, anche dai simpatizzanti “tendenza Conte”.

Il quale, tutto questo lo sa bene, tanto da non voler stilare programmi e stringere “alleanze organiche”, come le chiama lui.

Perché sa di perdersi per strada mezzo movimento se cede lo scettro ad Elly. In quel caso mezzo elettorato 5stelle potrebbe votare a destra o non votare proprio, facendo perdere la battaglia a tutti. E l’ex premier non è neanche sicuro di tenerlo a sè il suo partito, perfino se vincesse lui le primarie e costringesse i suoi elettori a votare per una neo-coalizione in compagnia di facce note come Matteo Renzi, ex ministri Pd e tipi sinistri come Bonelli e Fratoianni.

La vera speranza di Giuseppi è che Meloni non faccia la sua legge elettorale, ma è una vana speranza. Stessa resistenza avrebbero gli elettori Pd a votare “campo largo” se a guidarlo fosse Conte? Forse sì, ma in quel partito la tradizione di “fare fronte” per combattere l’arcinemico nero, erede di Berlusconi, la disciplina cieca alla causa, avrebbe la meglio.

Altra lezione da Venezia: i giovani del referendum sono scomparsi, segno che in due mesi dalla vittoria al referendum, i leader del campo largo non hanno tirato fuori una proposta che li attragga. Insomma, se il centrodestra ha i suoi affanni e la zavorra di governare in tempi di magra, il centrosinistra dovrebbe dotarsi di una sapiente strategia per tentare di amalgamare i due elettorati (magari scegliendo un leader terzo) con un’operazione di appeasement ben congegnata su vari fronti tematici, con iniziative comuni che scongelino antiche ostilità. Ma forse è troppo tardi.

 

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