Orbán sconfitto in Ungheria, l’eccitazione sbagliata della sinistra italiana

L’analisi del voto a Budapest contiene un insegnamento che dovrebbe avere l’effetto di antidoto contro le facili illusioni del “campo largo”

Carlo BertiniCarlo Bertini
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein (foto Ansa)
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein (foto Ansa)

È curioso che l’ultimo fattore di eccitazione per il “campo largo”, la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria, contenga in sé un insegnamento che dovrebbe avere l’effetto di un antidoto contro le facili illusioni: nel 2022 lo stesso paladino della “democrazia illiberale” viveva già la sua fase calante dopo dodici anni di regno e le opposizioni ungheresi per la prima volta unirono le loro sei sigle, forti dei sondaggi che davano un testa a testa.

Ma alla fine Orbán ottenne la sua vittoria più schiacciante, perché i sei partiti avevano posizioni opposte su diversi temi, erano frammentati e poco credibili. Il collante dell’anti-orbanismo non bastò.

In Ungheria un voto nel segno di una nuova Ue
Valentine LomelliniValentine Lomellini
Peter Magyar vincitore delle elezioni in Ungheria

Ecco, se i progressisti italiani si sentono la vittoria in tasca – «il tempo delle destre è finito», sentenza Elly Schlein – dovrebbero guardare lungo, stringere subito i bulloni sui temi divisivi e ricordare quante volte le previsioni hanno fatto cilecca: ne sa qualcosa Pierluigi Bersani che nel 2013 aveva già scritto i testi dei primi decreti legge del suo futuro governo, ma non aveva visto arrivare la raffica che fece impennare i 5stelle al 33 per cento come primo partito. E andò come andò.

Non sbaglia quindi Pierferdinando Casini quando avverte che «se si vuole governare non ci si può presentare in ordine sparso sulla politica estera». Conte e Schlein invece hanno rinviato sine die lo scioglimento del nodo delle armi all’Ucraina: non se ne parla, sperando che di qui a un anno il conflitto sia finito.

Così l’Ungheria adesso può cambiare l’Europa: gli estremismi non pagano come prima
Marco ZatterinMarco Zatterin
Il conservatore Peter Magyar

Ma gli italiani ora sono scottati dalla guerra in Iran e non perdonerebbero una vaghezza sulla postura da tenere, come non hanno perdonato a Meloni la vicinanza a Trump. In più, non è ancora possibile riunire un tavolo di programma dei partiti progressisti, perché Conte non ritiene che i suoi elettori siano pronti ad accettare “un’alleanza organica” con gli antichi nemici del Pd. E quindi per ora, a Pd, M5s, Iv, +Europa e Avs resta solo il collante dell’anti-melonismo, ma dalla protesta non si passa alla proposta unitaria.

Ora, è vero che i leader delle sigle del “campo largo” italiano dicono che “non c’è nessun automatismo tra l’esito del referendum e le politiche”, come ammette la segretaria Pd. Tutti a parole sanno quale sia il loro compito, “conquistare tutti quei giovani che hanno detto no alla riforma della Giustizia”.

Peccato che avvitarsi senza costrutto, non stabilire una strategia comunicativa, non scegliere tre slogan programmatici, faccia solo il gioco di una destra molto ammaccata ma con lo scettro delle tivù e del potere ancora in mano. E con una leader “cintura nera” nell’arte di bucare il video.

L’altro problema della sinistra infatti resta il linguaggio: lo ha portato a galla sul Corriere della Sera Dario Franceschini: «Se a un cittadino dico ’ti aumento lo stipendio’, capisce, se gli dico ’ti riduco il cuneo fiscale’, no». Un gap che affligge Schlein, incline a invocare cure generaliste invece che la sanità gratis per tutti.

Conte è più netto, ha più mordente su un pubblico popolare ed è una delle ragioni per cui non rinuncerà a imporsi nei gazebo: ha tolto dal tavolo l’opzione A del Pd, quella che il premier sia designato dal partito con più voti. Non se ne parla: ci vogliono primarie aperte e online a chi non è iscritto a nessun partito.

E nella sua eterna pulsione masochista, il Pd sta pure immaginando una scissione dei moderati per allargare il perimetro di pesca, indebolendo così la casa madre. Ecco di cosa discutono i leader, mentre le seconde file già litigano sulle cadreghe, tutti ministri immaginari. E i giovani, ma non solo loro, scappano.

Riproduzione riservata © il Nord Est