L’Ucraina nella Ue? Per il 27 un’esigenza sempre più sentita, Italia in imbarazzo

L’Italia desiderosa di flessibilità contabile e fondi per la crescita non può permettersi di restare isolata nel grande circo comunitario. Meloni nella stretta tra Ue e Lega: «Dico sì ma prima i Balcani»

Marco ZatterinMarco Zatterin
Giorgia Meloni e Volodymir Zelensky (foto Ansa)
Giorgia Meloni e Volodymir Zelensky (foto Ansa)

Il messaggio arrivato all’Unione europea dalle sue capitali è netto: a 1500 giorni dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina il maggior pericolo non è respingere il bullismo di Putin, ma restare fermi in attesa che chissà quale miracolo spenga l’incendio alle porte dell’Est.

Così, a inizio settimana, le diplomazie a dodici stelle hanno informato il Cremlino che le minacce di fuoco e fiamme non le spaventano e che resteranno nei loro uffici a Kiev come se nulla fosse, cosa che del resto hanno fatto anche gli americani.

«Non andiamo da nessuna parte», ha tagliato corto Katarina Mathernova, ambasciatore dell’Ue nel Paese sotto attacco. Subito dopo, da Bruxelles, è arrivata la notizia secondo cui il 16 giugno la Commissione Ue metterà sul tavolo la proposta di sdoganare il primo pacchetto di capitoli da discutere per l’adesione ucraina e moldova al patto dei Ventisette.

La necessità di una difesa europea
Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi
(foto Epa)

Il consenso al summit dei leader del 18 giugno dovrebbe avviare una trattativa comunque lunga. Ci vorranno anni, nel migliore dei casi. Ma intanto conta l’impulso politico, la solidarietà col popolo di Zelensky e il rifiuto del velenoso cocktail di intimidazioni e ricatti shakerato dagli spietati messi dello Zar Vlad.

Nel Nord del continente fremono, conoscono il loro nemico di sempre. «Un attacco russo potrebbe avvenire in qualunque momento», avverte il ministro della Difesa svedese, Michael Claesson, mentre il premier centrista Ulf Hjalmar Kristersson assicura che «quando sosteniamo l’Ucraina, sosteniamo la Svezia e l’Europa, e per noi non c’è nulla di più importante».

Il realismo costruttivo sui rischi che si corrono sulla frontiera orientale è condiviso a Berlino come a Parigi, con l’appoggio esterno del Regno Unito del claudicante Starmer. Ferma la convinzione di dover restare compatti sotto la bandiera della Nato, gli europei osservano le ritrosie di Trump e vogliono essere certi di sapersi difendere dai nuovi tipi di guerra ibrida e lowcost, consapevoli che più che i carri armati occorrano sistemi informatici e droni all’avanguardia.

È una sfida tecnologica che richiede investimenti congiunti, comunione di intenti e compattezza politica, il conseguimento dei quali passa inevitabilmente per la conferma dell’assistenza militare e finanziaria a Kiev.

La modalità “non passa lo straniero”, almeno in buona parte, convince anche il neopremier ungherese Peter Magyar che oggi è a Bruxelles per incontrare la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: l’uomo di Budapest è intenzionato a eliminare il veto posto dal predecessore Viktor Orbán all’erogazione di 90 miliardi di aiuti in due tranche all’Ucraina.

È il segno che entro luglio si potrebbero aprire tutti i pacchetti di verifiche per l’adesione di Kiev all’Ue, passaggio assodato per tutti che però agita il governo italiano.

La Lega è contro, Forza Italia è favorevole, Giorgia Meloni dice “sì, ma prima i Balcani”, il che ci aiuta a ricordare che in ogni caso Tirana farà prima degli ucraini. La politica estera, come la difesa, è materia infuocata della campagna elettorale italiana senza fine e, a metà giugno, la premier dovrà trovare un modo per restare coi partner comunitari e non rompere con Salvini.

Che ci provi, è scontato. Anche perché, al punto in cui siamo, l’Italia desiderosa di flessibilità contabile e fondi per la crescita non può permettersi di restare isolata nel grande circo comunitario dove tutto si tiene e nessuno aiuta di buon grado chi impedisce al treno di andare avanti.

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