In Ungheria un voto nel segno di una nuova Ue
Con la fine, dopo 16 anni, dell’era Orban, le elezioni magiare segnano un risveglio democratico e annunciano nuove evoluzioni nel contesto delle relazioni internazionali

Ore decisive per l’Ungheria. Per dirla con Winston Churchill, la cortina di ferro che divideva i Paesi occidentali dalle capitali della Vecchia Europa potrebbe cadere.
Non è un refuso storico. Da sedici anni, quando Viktor Orbán è salito al potere in Ungheria, la distanza politica tra Budapest e i Paesi appartenenti all’Unione europea è andata costantemente crescendo. Nel momento in cui scriviamo, lo spoglio dei voti indica Péter Magyar, leader del partito Tisza, in nettissimo vantaggio su Orbán, che ha ammesso la sconfitta.
Le elezioni magiare segnano un risveglio democratico: un’affluenza record (quasi il 78%) e un’attenzione collettiva per la trasparenza delle elezioni, incentivata proprio dal partito Tisza tramite la creazione di una piattaforma di segnalazione delle frodi. Ma le elezioni magiare annunciano soprattutto nuove evoluzioni nel contesto delle relazioni internazionali. Il programma di Tisza per un’Ungheria dei lavoratori ha come obiettivo «ricostruire un paese pacifico, giusto, moderno, europeo». Non può sfuggire la parola «europeo». Per gli osservatori interni, ciò si traduce in prima battuta nel rilancio della millenaria amicizia tra Budapest e Varsavia – fortemente incrinata dalle posizioni opposte assunte in merito al conflitto russo-ucraino – che darà nuovo slancio alla cooperazione nell’Europa centrale.
Magyar guarda, tuttavia, anche oltre le dinamiche regionali e apre ad un contegno più dialogante con l’Unione europea. Insomma, d’ora in avanti l’Ungheria smetterà «di essere un bastone tra le ruote e cominciare a essere una ruota» della Ue. Magyar ha dichiarato che proprio l’Unione europea possa essere uno strumento attraverso il quale l’Ungheria può tutelare i propri interessi ed esercitare la propria sovranità. Non più un avversario da osteggiare nel quadro di un faticoso rapporto di amicizia, ma un alleato prezioso per rilanciare la centralità di Budapest nell’area. La posizione del nuovo leader magiaro rispecchia quelle del proprio elettorato, nettamente più europeista della media ungherese.
Il vulnus creato dall’Ungheria nel processo decisionale europeo ha messo in luce le ingenuità dello spedito allargamento del processo di integrazione europea verso i Paesi dell’Est. Un processo inevitabile che tendeva ad ancorare le fragili democrazie dell’era post-sovietica al baluardo democratico dell’integrazione europea ma che, nei fatti, ha generato forti disaccordi che hanno inciso sull’immagine e sulla credibilità internazionale dell’Unione.
Un’altra Orbán potrebbe mettere fine a tutto questo. Si chiama Anita: è la responsabile degli Esteri per Tisza e in comune con Viktor ha solo il cognome. Descritta come un’eccellente studiosa, esperta di diplomazia con esperienza nel business internazionale nel centrale settore del gas naturale, Anita Orbán potrebbe essere il personaggio chiave nel ricostruire sintonia tra l’Ungheria e gli alleati europei, facendo dimenticare gli atteggiamenti filo-russi e filo-cinesi di Viktor.
Insomma, da un Orbán all’altro. Con un deciso cambio di passo, però, nel destino ungherese che, proprio come nel Novecento, potrebbe avere ricadute dirette sulla storia di tutto il Continente. —
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