Così il dilemma Vannacci agita Meloni
Se il generale scegliesse di correre da solo nel 2027 per lucrare consensi fuori dai poli, sarebbero guai per la premier e i suoi alleati

Quello che poteva essere solo un razzo di avvertimento, ha illuminato il cielo sopra palazzo Chigi con una luce sinistra, che aleggia come una nebulosa da giorni sulla testa della premier: la defezione in aula di due vannacciani sugli aiuti militari all’Ucraina, come ha fatto notare Giovanni Diamanti su La Repubblica, ha una portata soprattutto simbolica.
Ma è anche quella numerica a far scattare nell’universo “giorgiano” una sorta di “Allarme nero”: il generale, da animale predatorio, ha fiutato il “sangue” di un Salvini ferito dal fuoco amico di dei governatori del nord, quindi potrebbe volersi avventare sui voti sovranisti con più chance rispetto al Capitano: ci sono quelli che agognano una sua scalata alla vetta della Lega, come il consigliere veneto Stefano Valdegamberi, convinto che il generale sarebbe «un ottimo segretario»; e quelli come Luca Zaia che brinderebbero se prendesse il volo verso altri lidi.
Certo è che, se Vannacci rompesse gli ormeggi mollando la confort zone di vicesegretario del Carroccio per lanciare una sua formazione di estrema destra, sul modello di Afd in Germania o di Vox in Spagna, esploderebbe il panico nel centrodestra: della serie, “come faremo a convincerlo a correre in coalizione con noi?”.
Forse basterebbe l’offerta di un posto da ministro, sventolando le sirene del potere. Ma se invece una lista “Decima” scegliesse il “lodo Calenda”, ovvero correre da solo nel 2027 per lucrare consensi fuori dai poli, allora sarebbero guai per Meloni e i suoi alleati. Anche se si presentasse in coalizione con FdI, Lega e Forza Italia, il suo pacchetto magari esiguo di consensi (dal 3 al 5%) potrebbe provocare un crollo della Lega e una fuga di voti moderati dalla coalizione, mettendo a rischio il sorpasso sul centrosinistra unito. In quel caso, parafrasando Totò, la somma non farebbe il totale.
Anche perché la fuga di voti moderati potrebbe andare nella direzione di Calenda e Italia Viva. Ed è proprio quello che spera Matteo Renzi, il primo ad annusare gli effetti del ciclone Vannacci, scommettendo che «a destra nascerà qualcosa». Ed è proprio quello che inquieta Antonio Tajani: c’è il rischio di un effetto domino penalizzante per gli azzurri, che sarebbero costretti a fare gli ospiti indesiderati in una coalizione sbilanciata sulla destra estrema, invisa ai popolari europei del Ppe, ai quali Tajani è ancorato a doppio filo.
E perché Vannacci, invece di aspettare di scalzare Salvini, potrebbe essere tentato di marciare da solo, in punta di spada contro i suoi amici della Lega e di FdI? Perché avrebbe mani libere per sparare a zero contro un governo troppo moderato, mettendo fieno in cascina per la volta dopo, come fece Meloni con gli esecutivi Conte e Draghi. A consentirglielo sarebbe la legge elettorale che stanno scrivendo gli strateghi di Giorgia con una soglia di ingresso in Parlamento non più dell’8 ma del 3%, per le forze che non si coalizzano.
Vantaggio di cui beneficerà Calenda perché Meloni punta a disarticolare il centrosinistra. Tradotto: vuole favorire lo sganciamento di Azione dal campo largo, visto che con il 3-5% di Azione, la sinistra potrebbe vincere sul filo di lana e conquistare il discusso premio di maggioranza che verrà introdotto, pari al 55% dei seggi.
Dunque l’affaire Vannacci si intreccia con le manovre sulla legge elettorale, che potrebbero trovare un altro soggetto pronto a vedere le carte: Giuseppe Conte. Se il bollettino dei sondaggi nei prossimi mesi presagisse una sconfitta del campo largo, all’avvocato pugliese potrebbe forse convenire correre da solo. Specie se la prospettiva fosse quella di perdere con una squadra guidata da Schlein. Un M5s libero di schiaffeggiare il Pd, prenderebbe più voti: tutti quelli dei puristi che non digeriscono un’alleanza con gli odiati Dem.
Per non dire dell’effetto centrifuga che una lista Vannacci avrebbe sugli eletti del Carroccio: tutti gli scontenti, peones e non solo, avrebbero una via di uscita se si creasse una componente nel gruppo Misto timbrata Vannacci. Le fibrillazioni nella maggioranza aumenterebbero, non solo sul tema Ucraina, ma anche sulla sicurezza e sull’immigrazione, con FdI e Lega scavalcati a destra. A sinistra ci sperano, poiché una lista Vannacci a destra sporcherebbe la narrazione pseudo-moderata di Meloni e renderebbe meno agevoli gli equilibrismi in politica estera tra Ue e Usa. Insomma, farebbe strame di ogni certezza.
Allo stato sono solo ipotesi, però il generale è a un bivio, perché se vuole prendere la rincorsa verso le elezioni (che probabilmente si terranno tra 15 mesi, in anticipo rispetto all’autunno 2027), deve muoversi per tempo. E un confronto franco con Salvini ormai è nelle cose.
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