Case di comunità o scatole vuote?
Vanno aperte entro giugno per non perdere i soldi che l’Europa ci ha concesso tramite il Pnrr. In Veneto quelle attive sono 64, in Friuli Venezia Giulia ne esistono 3

Costose scatole vuote. Sono ad alto rischio, le Case di comunità pensate per curare i mali profondi della sanità: vanno aperte entro giugno, per non perdere i soldi (tanti: 2 miliardi) che l’Europa ci ha concesso attraverso il Pnrr a tale scopo; ma anche se riusciremo a tirar su i muri, il problema vero sarà quello di farle funzionare. Perché c’è un colossale buco nero, che consiste nella vistosa mancanza del personale occorrente, dai medici agli infermieri agli operatori socio-sanitari: senza i quali le Case diventerebbero di fatto doppioni dei vecchi ambulatori.
A oggi, il quadro generale è a fosche tinte, come spiega Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali): in tutta Italia ne sono previste 1723, ma ne sono state allestite solo 660; e di queste, appena in 46 vengono erogati tutti i servizi sanitari previsti. In più, gli squilibri territoriali sono macroscopici, specie tra nord e centro-sud.
Ma anche nel Settentrione, il quadro nordestino non è affatto omogeneo: se in Veneto quelle attive sono 64 (delle quali peraltro solo 3 forniscono tutte le prestazioni), in Friuli Venezia Giulia ne esistono 3 in tutto (Udine, Gemona e Cividale) sulle 13 previste. In entrambe le regioni, comunque, la criticità vera è rappresentata dai vuoti nella disponibilità di personale: nel complesso della sanità, in Veneto mancano all’appello 3500 medici, una quota di infermieri superiore alle 5mila unità, 3500 oss; in Friuli Venezia Giulia le cifre diventano rispettivamente 380, 800 e 400.
Per capire bene la questione, occorre fare memoria di qual è la missione di fondo assegnata alle Case di comunità da chi le ha progettate: alleggerire la pressione devastante che grava sugli ospedali, specie dal Covid in poi; e questo fornendo alle persone assistenza medica generale e infermieristica, prestazioni diagnostiche di base, servizi socio-sanitari integrati h24 per cure primarie, cronicità e assistenza territoriale con ambulatori funzionanti per 12 o 24 ore, presenza medica sette giorni su sette h 24 per patologie non acute, disponibilità di un’équipe multidisciplinare composta da medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri, psicologi, assistenti sociali.
Tutto questo chiaramente sulla carta: dove in larga misura è destinato a rimanere, soprattutto a causa dei buchi neri nel personale, ma non soltanto; pesa anche la mancanza di investimenti adeguati e di una pianificazione sostenibile. Non una novità: qualcosa di analogo era stato previsto nella riforma Balduzzi del 2012, senza riuscirci. E pure per le Case di comunità i segnali arrivano da lontano, ricordando che già nel 2023, quando il progetto era decollato, la Federazione italiana dei medici di medicina generale aveva avvertito che “è stato creato prima il contenitore del contenuto”.
Il presidente del Veneto ha garantito che per giugno in regione saranno aperte 96 Case sulle 99 previste; ma vista la carenza di fondi e di operatori, lo scenario verosimile è che si tratti di strutture in grado di limitarsi a erogare servizi quasi sempre già presenti nei centri attuali, solo con nome diverso. Insomma, dei doppioni dei vecchi ambulatori, magari più moderni e attrezzati, ma non in grado né in Veneto né altrove di rispondere all’obiettivo di fondo: ridurre drasticamente l’insostenibile pressione oggi esercitata sugli ospedali, a partire dai pronto soccorso. A pagarne le spese è e sarà la medicina del territorio, condannata al ruolo di eterna Cenerentola: l’ennesimo intervento a vuoto su una sanità incapace di curare se stessa.
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