La crisi farà soffrire di più chi è piccolo
La crisi petrolifera che attanaglierà presto le famiglie e le imprese europee, avrà conseguenze ancor più severe per le aziende e i territori del Nord Est

Prepariamoci: soffriremo più degli altri. Abbiamo economie troppo piccole e troppo dipendenti dai costi dell’energia, già proibitivi prima dell’attacco all’Iran. E però abbiamo anche gli strumenti per difenderci, e ancor più per guardare al futuro con un nuovo senso strategico. A patto di saperlo coltivare.
La crisi petrolifera che, nonostante le altalenanti rassicurazioni di Teheran, attanaglierà presto le famiglie e le imprese europee, avrà conseguenze ancor più severe per le aziende e i territori del Nord Est italiano, e in particolare per il Friuli Venezia Giulia e Trieste. I depositi di petrolio e gas naturale sono già pieni di prodotto che non esce più, le estrazioni si sono fermate. È quanto basta per provocare un’impennata dei costi energetici che graveranno ancor più sui nostri territori per almeno due ragioni.
La prima è che in generale per le piccole e medie imprese, di cui il Nord Est è composto in massima parte, la bolletta mensile ha un’incidenza percentuale più alta rispetto alle grandi: sia per la struttura dei costi, che non è proporzionale al crescere delle dimensioni aziendali, sia perché le grandi hanno molta maggior forza negoziale nell’acquisto di energia e capacità di auto-generarla.
La tempesta dal Medio Oriente si abbatte più duramente sui piccoli. In più, l’economia delle nostre regioni si fonda in misura rilevante sui settori “energivori” più colpiti: acciaio, metalmeccanica, agroindustria e, a Trieste, trasporti marittimi e attività portuale. Viaggeranno meno navi e a costi più alti, dati i prezzi del carburante. Le gru in porto nuovo saranno fatalmente più inoperose.
Eppure non dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose. E, nello sperare che il conflitto globale strisciante in cui la sconsideratezza planetaria di Trump ci ha precipitati si riassorba, attrezzarci al nuovo mondo. Nelle situazioni di crisi, merci e traffici in viaggio cercano le soluzioni più “corte”: e la rotta adriatica fino a Trieste, ora che la precedente crisi di Suez (figlia del dramma di Gaza) è in gran parte superata, è la più breve e sicura da e verso l’Europa. Il che paradossalmente vale anche per il petrolio, che grazie all’oleodotto garantisce immediato ingresso nelle pipeline per i mercati centroeuropei.
Guardando più lontano, si accresce l’importanza e persino l’urgenza del progetto Imec, la Via del Cotone che vuole connettere il mercato indiano (e più in generale quelli asiatici) al Mediterraneo e a Trieste attraverso Suez (oggi) e l’Arabia Saudita (domani). Il Paese saudita, con le riforme insufficienti, ma visibili avviate, promette di essere il più affidabile partner occidentale per il transito di merci ed energia. Oggi è un deserto senza ferrovie, ma laggiù le opere pubbliche impiegano tempi risibili rispetto ai nostri. Se Trieste e la Regione, raccordandosi ai governi italiano ed europei, avranno capacità di stimolare e perseguire questa strada, potremo diventare nei prossimi anni un corridoio di pace e sicurezza anche per i traffici.
C’è un ultimo corollario della guerra, che citiamo con un velo d’imbarazzo. Aumenteranno i turisti. Precluse le rotte mediorientali, scoraggianti gli Usa che oggi tutto ispirano tranne che accoglienza, cresceranno i flussi in Europa e anche nelle nostre città. È un beneficio di cui avremmo fatto volentieri a meno. E non certo per il presunto overturism generato, ma perché c’è poco da gioire nell’essere più visitati a cause delle guerre in corso. —
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