La Lega si spacca in Aula sugli aiuti all’Ucraina: no di due “vannacciani”
Salvini sprezzante con i suoi parlamentari: «Possibili fuoriusciti? Ce ne freghiamo». Alla Camera lo strappo dei deputati Ziello e Sasso: il generale prepara la scissione

Proprio mentre nel Nord Est si sparge la voce di Vannacci in uscita dalla Lega, a 600 chilometri di distanza, nell’aula dei gruppi parlamentari del Senato, la notizia prende corpo e lievita. Con il suo istinto da animale politico, Matteo Salvini prova a domarla senza mettere la testa sotto la sabbia. Anzi, sfrutta la presenza di decine di eletti sotto le insegne della Lega per far mostra di indifferenza. Nel bel mezzo del suo discorso sul futuro radioso del 2026, se ne esce sprezzante «e guardate… delle possibili uscite di qui a gennaio, ce ne freghiamo, ci sono persone da altri gruppi che ci chiedono di entrare». Sobbalzo dei presenti, alcuni girano la testa a cercare con lo sguardo i vannacciani: imbarazzo generale e uno di loro, Andrea Barabotti, prende il microfono: «Non guardate me», si difende, prima di sbracciarsi in una sincera professione di fedeltà al Carroccio. Così raccontano le cronache di chi assiste a un summit tra quattro mura ma ad alta intensità.
Al rombo di tuono, al volteggiare del termine “scissione”, segue lo scroscio d’acqua sulle teste dello stato maggiore leghista. Infatti di lì a poco, in un’aula della Camera disertata da ministri e sottosegretari leghisti, a riprova dei mal di pancia verso l’Ucraina, due deputati votano contro le direttive del leader, che aveva intimato di dire sì al testo del governo sugli aiuti a Zelensky. Testo definito dal capogruppo Massimiliano Romeo, «un decreto sostegno, non un decreto armi», perché dopo estenuanti trattative, il termine “militari” non compare nel dispositivo che impegna il governo… ma compare lo stesso nelle premesse. Una piroetta lessicale che indigna i duri e puri filo Vannacci.
L’ora è venuta, lo strappo va consumato sotto gli occhi di tutti: gli insorti sono Edoardo Ziello e Rossano Sasso, che danno il via all’ammutinamento dopo che Guido Crosetto alludendo al generale aveva sentenziato: «Qualcuno si vergogna degli aiuti a Kyev, io ne sono fiero». I due, come cavalli di Troia, portano dentro il Palazzo il verbo di chi fuori le mura alza la voce a nome del conducator, assente giustificato perché a Bruxelles: sono quelli del “Team Vannacci Roma Caput Mundi”, con lo striscione “Basta aiuti all’Ucraina per le armi”, ed evocano la fuga dal Carroccio: “Il generale per ora è nella Lega, da qui in avanti si vedrà”. Boom, il petardo esplode e rimbomba in Transatlantico.
Gli insorti votano contro il decreto illustrato da Crosetto, disobbediscono al segretario. Del resto erano mesi che i loro nomi comparivano tra quelli sensibili al richiamo del “Mondo al contrario”, vicini al generale, insieme a quelli di Barabotti, appunto, di Elisa Montemagni, di Domenico Furgiuele, di Dario Giagoni e dell’apripista Claudio Borghi. Tra i ranghi del Carroccio qualcuno ipotizza la nascita di una componente del gruppo Misto alla Camera “Noi per Vannacci”, ma a dare un’impressione di debolezza sono i numeri: se fossero solo un pugno di eretici, don Matteo darebbe ancora una volta prova di grande tenuta. Anche se le insidie di una scissione sono molte.
Salvini sa che il distacco da Vannacci comporterebbe una frenata al progetto di cavalcare la bandiera sovranista per cambiare il profilo della Lega. Il “partito del Nord” segnerebbe un punto a favore, gli rinfaccerebbe lo sbaglio di tentare un’operazione fallimentare e gli farebbe pesare la forza delle ragioni nordiste e autonomiste, come unico baricentro solido su cui contare. Qualche avvisaglia di queste tensioni si vede pure nella partita della successione ad Alberto Stefani come capo della Liga veneta: si cerca un candidato equidistante tra Zaia e il segretario, che possa fare da collante, come era riuscito a fare bene il neo governatore.
In ogni caso, la rottura con un personaggio ingombrante ma popolare come il generale farebbe male: se diventasse un rivale, la sua mission sarebbe succhiare sangue dal corpo elettorale del Carroccio. Non solo: una nuova sigla di estrema destra, oltre a preoccupare il Salvini amico di Orban e degli ultras di Afd, spaventa anche Meloni. Per tirar fuori Calenda dal centrosinistra, Giorgia è pronta ad abbassare la soglia di ingresso in Parlamento dall’8 al 3%, ma così facendo aiuterebbe pure Vannacci a entrare in Parlamento restando fuori dalla sua coalizione. Un favore da niente al suo principale “nemico a destra”… Un bel guaio. —
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