Oltre il referendum, ecco le regole della buona democrazia

Sulle regole l’opportunismo non può essere di casa, perché si tratta della casa comune, i cui meccanismi devono essere dai più, se non da tutti, condivisi

Marco Panara

Ogni governo ha il suo programma, le sue politiche e le sue priorità, espressione della visione, dei valori, dell’idea sul futuro del Paese che con la sua azione si propone di costruire. Se è rigoroso, competente e coerente la sua maggioranza gli consentirà di realizzarle e tutto ciò è legittimo. Come è legittimo che l’opposizione abbia programmi, politiche e priorità diverse che si propone di realizzare quando diventerà maggioranza e potrà sostenere un governo in grado di farlo.

C’è però un ambito nel quale la maggioranza non basta, non deve bastare, è tutto ciò che attiene alle regole in base alle quali deve funzionare il sistema, nel tempo. L’architettura delle istituzioni, le funzioni, i poteri, la Costituzione e la legge elettorale. Per modificarle una politica seria, che rispetti sé stessa e i cittadini, deve trovare il modo di farle assieme. I costituenti lo hanno fatto e del risultato, frutto di un lavoro straordinario, siamo tutti orgogliosi.

Sulle regole l’opportunismo non può essere di casa, perché si tratta della casa comune, i cui meccanismi devono essere dai più, se non da tutti, condivisi.

Ha sbagliato il centrosinistra con la riforma del Titolo V della Costituzione, ha sbagliato il centrodestra con l’autonomia differenziata, hanno sbagliato centrodestra e centrosinistra quando hanno voluto imporre riforme elettorali che si sono, tutte, dimostrate di corto respiro.

Il sistema regionale non è prefetto e va riformato, non per soddisfare la visione di uno o dell’altro partito ma perché funzioni meglio e in migliore armonia con lo stato centrale e gli enti territoriali.

Nessuna legge elettorale è perfetta e certamente non lo è per tutti, e tuttavia va costruita con equilibrio e pazienza e condivisione una legge elettorale che contemperi nel modo migliore possibile la rappresentanza delle componenti del Paese e al contempo la governabilità.

Neanche l’ordinamento del potere giudiziario è perfetto e va riformato, rispettandone senza ombre l’autonomia, che è un elemento decisivo e fondante in un sistema democratico. Ma una riforma che riguarda uno dei tre pilastri dello stato democratico, insieme a parlamento e governo, non può essere espressione della sola maggioranza politica in carica, deve essere il frutto ponderato di un processo aperto e condiviso.

Non entro nel merito della riforma sulla quale noi cittadini ci esprimeremo tra due settimane con il referendum, è stato analizzato da esperti e commentatori di tutte le posizioni culturali e politiche. Affronto il problema dal punto di vista del metodo, che per questioni di tale rilevanza ha lo stesso peso e forse un peso ancora maggiore. Qualsiasi riforma costituzionale imposta dalla maggioranza e che non sia il frutto di una elaborazione trasparente e collettiva, non è accettabile per la semplice ragione che è di parte. E anche la legittimazione di un referendum, a meno che non partecipi e dia il suo voto favorevole la larga maggioranza degli elettori non la renderebbe meno tale.

Lo stesso vale per la riforma elettorale, sulla quale i cittadini non saranno chiamati ad esprimersi. È il meccanismo con il quale scegliamo i nostri rappresentanti in parlamento e determiniamo la maggioranza che darà vita al governo che ci guiderà per i successivi cinque anni: gli altri due poteri chiave della democrazia. Non può essere quel meccanismo costruito per opportunismo di parte, per essere legittimato non formalmente ma sostanzialmente agli occhi di noi cittadini deve essere anch’esso il frutto di un lavoro responsabile, aperto e condiviso. Faticoso, certo, dagli esiti imperfetti, certo, ma è la fatica e l’imperfezione di una buona democrazia, quella che dobbiamo tutti proteggere e impegnarci a migliorare. Per farlo la prima regola è semplice: le regole si fanno insieme perché non possono e non devono essere di parte.

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